domenica 12 febbraio 2012

Della Buona notizia

Devo considerare una cosa che, sicuramente, ha una sua specifica importanza. La questione che deve essere considerata è proprio il "pre-conosciuto"!
La persona che ha una media informazione, una media formazione, che vive la propria esistenza nello sforzo di stare in un equilibrio che vorrebbe sempre meno precario, ma che nei fatti è sempre più difficile da tenere; la persona media che con due anni di ritardo si accorge che le cose non stanno andando bene, che ancora spera e si arrabbia con una classe dirigente che reputa inetta e malandrina, quale pre-conosciuto ha di una argomentazione che richiama ad una libertà pienamente correlata alla responsabilità?
Sostanzialmente non ha gli strumenti sufficienti per poter accedere ad un certo tipo di informazioni e poter valutare con serenità le argomentazioni, proprio perché il sistema culturale, nel quale si è formato ed ha vissuto, ha precostituito degli schemi definiti interpretativi.
Se io usassi il termine "dio", prima ancora di cogliere i sensi possibili, dovrebbe comprendere il perché uso la "d" minuscola, perché non lo configuro nella logica della dottrina o della dogmatica cristiana cattolica apostolica romana, perché sostanzialmente userei quel termine come assunto o esemplificazione di ogni concezione di assoluto.
Se poi arrivassi ad affermare che il concetto stesso di evangelo = buona notizia è nei suoi termini e nel suo senso un concetto esclusivamente politico, questo farebbe a botte con tutta quella cultura che invece ha relegato questa argomentazione nell'ambito religioso. Per non parlare del fatto che spesso le persone confondono la politica con la partitica, aiutare abbondamente dai mass-media che giocano consapevolmente su questo fraintendimento!
Insomma, la buona notizia c'è, ma non c'è più quel substrato culturale sufficiente a poterne cogliere la sua capacità innovativa e di proposizione strutturale.
Certamente questo deve essere profondamente considerato, deve essere riflettuto ed elaborato. Si deve, in altre parole, trovare un linguaggio che consenta il superamento dei limiti imposti da una strutturazione culturale che ha negato l'accesso alla conoscenza.
Del resto il passaggio culturale dall'omosapiens all'omofaber, ha determinato la caduta della conoscenza in favore del sapere! Il sapere codifica e pretende di aver già elaborato e contestualizzato la realtà! Del resto, non è forse frase tipica quella che pretende "fatti e non parole"? Il problema che nessuno si pone: ma i fatti da chi sono determinati? Chi li governa? Quale pensiero soggiace a quei fatti? La praticità tanto auspicata, da quale pensiero è sostenuta? Ed il delegare il pensiero agli altri, non significa forse il consentire loro di gestire anche le azioni?

La Buona Novella

C'è ancora una buona novella da annunziare, proclamare e raccontare alle persone? C'è ancora un annuncio di speranza e di liberazione che può essere pronunciato?
Nel linguaggio biblico tale buona novella, buona notizia, viene raccontata in un linguaggio assolutamente e prettamente politico, per quanto questo sia stato nei secoli rinchiuso e legato nelle diverse forme religiose, tanto da venire nascosto e trasformato. Ma, per quanto l'impegno titanico di poteri ed autorità, di quei principati e podesta, che in modalità e con tecniche diverse hanno cercato di occultare tale messaggio, rendendolo inaccessibile alle persone, questo messaggio e questa buona notizia non è stata variata, non è stata toccata! C'è, è ancora integralmente presente con tutta la sua carica dirompente di assoluta trasformazione del sistema, con la sua prepotente capacità di risvegliare le persone dal loro sonno condizionato.
L'evangelo di Marco inizia proprio con questa frase: "inizio dell'evangelo di Gesù il cristo, figlio di dio" che volendola tradurre in un linguaggio più immediato potremmo dire: inizio della buona notizia di Gesù, colui che ha preso pienamente su se il suo ruolo politico in quanto non ha avuto paura di essere pienamente figlio di dio.
E si, la parola "cristo" non è un titolo casuale, e la sua valenza politica non è cosa che può rimanere nascosta per troppo tempo. Infatti la traduzione di Messia, di Unto, non è espressione di qualche "roba" stile religioso e rituale, quanto piuttosto la chiarezza dell'identificazione di chi assume politicamente il proprio ruolo di governo e di sovranità! In effetti il "messia" così come la sua traduzione greca "cristo" altro non indica colui o coloro che prendono su sé ed in meniera molto seria e profonda il senso della loro piena sovranità! Ma tale sovranità non è solo espressione di una individuale scelta soggettiva, bensì è espressione chiara di una determinazione che caratterizza ogni soggetto, ovvero quello di essere espressione in assoluto di sé, del diritto soggettivo che si pone di fronte alla storia rivendicandosi ed affermandosi come inalienabile.
Io sono figlia di un assoluto, ovvero sono figlia del diritto di cui sono portatrice ed espressione storica, politica, economica, culturale e sociale. Proprio questo mio essere figlia di questo assoluto soggettivo mi rende automaticamente legittimata nell'assumere su me stessa pienamente il senso di questa sovranità che è insista nella mia stessa persona. E' insita in me quanto in qualsiasi altra persona, la quale nella mia stessa misura e maniera può ed ha facoltà di potersi assumere pienamente la propria sovranità.
C'è una buona notizia, e tale buona notizia si pone oggi di fronte a noi sfidandoci a trovare la modalità e la forma per poterla nuovamente comunicare. Diceva un mio vecchio professore, che la predicazione è sempre sottoposta ad un costante processo di invenzione! E' verissimo! Chi ha consapevolezza della propria sovranità è chiamata e chiamato ad attivare un nuovo e sempre rinnovato processo di invenzione della comunicazione di questa buona notizia.
Ciò che è formidabile in questa buona notizia, è proprio nel fatto che non necessita di leader, quanto piuttosto di consapevolezza soggettiva, di consapevolezza della propria sovranità e della responsabilità che tale sovranità comporta. Nell'ambito di questa buona notizia non ci sono leader, quanto piuttosto diverse funzioni, ruoli e servizi, ma sicuramente non può e non ha senso che vi sia un leader che possa rappresentare ed esprimere il contenuto della sovranità di ciascuno. Ogni persona è sovrana, ed in quanto tale leader di se stessa ed espressione della propria leadership di fronte ad altre leadership con le quali costantemente si deve confrontare, in uno scambio quotidiano nella prospettiva dell'affermazione del diritto.
C'è una buona notizia, e questa non è che vada inventata nuovamente, ma semplicemente va ricompresa e liberata da tutte le gabbie nelle quali si è voluta nascondere e rinchiudere. Ma, per quanto la si voglia incatenare, quella parola non è legabile, non è nascondibile, non è sopprimibile!
C'è, finalmente, la buona notizia, che oggi mi sono dovuta ricordare e nuovamente annunciare!

domenica 5 febbraio 2012

alla fine

Bisogna sapere, imparare a metabolizzare le proprie sconfitte ed i propri fallimenti. Indubbiamente questa è una bella frase, un pensiero corretto, una giusta ed opportuna impostazione. Il problema si pone e si presenta in una sorta di aporia quando il proprio fallimento è una sconfitta sostanziale e complessiva della propria esistenza. La questione non è più semplicemente circoscritta ad un evento (o più eventi) che intervengono all'interno della propria realtà e che creano uno scompenso, un cambiamento. Quando il proprio fallimento è la propria sconfitta il problema diventa il dover metabolizzare l'interezza della propria esistenza, a partire dai propri principi, da ciò che si è sempre e radicalmente creduto.
Per correttezza di chi avrà la ventura di leggere questo scritto, devo anche - in un qualche modo - provare a tracciare quali sono state le linee guida di tutta la mia esistenza, pensando che chi mi legge abbia anche la voglia di ripercorrere con me una sommaria analisi di un cammino che, ritengo, sia giunto alla sua fine.
Devo anche sottolineare con chiarezza che non ho astio né rabbia né rancore verso qualcuno o qualcosa.
Il mio tentativo è anche quello di cercare di dare una immagine semplice di quegli elementi costitutivi della mia esistenza:
a) l'essere parte di una famiglia, intesa in modo esteso, che comprendeva tutte le persone che circolavano e che erano entrate nella mia esistenza ed io nella loro. L'idea che a precindere dalla possibilità di avere idee diverse, sensazioni diverse, ci fosse un qualcosa che ci legasse, che ci tenesse insieme; il senso di fraternità di comunione, di partecipazione, di un esserci per l'altra persona a prescindere da tante possibili valutazioni. Il senso di appartenenza non era nel fare parte di un gruppo, ma dell'idea, del senso che aveva quel gruppo. Aver fatto parte di chiese evangeliche, mi aveva dato l'idea - nella quale sono cresciuta - che ciò che ci univa non era una sigla, una denominazione, ma una visione della fede, una visione del nostro senso nell'ambito di questa storia nella quale noi avevamo ricevuto un mandato, un compito, un servizio che potesse essere benedizione per tutti gli altri. Ciò che ritenevo dovesse essere il senso profondo di questo appartenere, era che noi fossimo stati e state chiamate a libertà, e che avremmo dovuto chiamare e richiamare tutti alla propria libertà, al proprio essere pienamente persone libere così, come il dio nel quale credo, ci aveva pensate e volute;
b) la lealtà è un altro principio fondamentale, costitutivo della mia formazione. Essere leali verso se stesse e verso gli altri, se vogliamo proprio come conseguenza del punto precedente; lealtà perché diversamente non poteva essere nel principio di rispondere con l'interezza della nostra esistenza a quella chiamata alla libertà, e che nei fatti si dovesse esprimere nella possibilità concreta per tutte le persone di poter ritrovare se stesse pienamente. Si, quello che in genere viene detto "conversione" e che proprio rappresenta il senso del cambiamento della propria mente da un concezione nella quale si deve corrispondere a delle aspettative, all'essere pienamente se stesse in relazione alla storia ed al contesto sociale. Si, la lealtà è un moto profondo!
c)Il vivere senza pregiudizio, soprattutto senza porre come presupposto del proprio giudizio le nostre valutazioni di valore, di bene, di male! L'altro di fronte a noi agisce per quello che è e per come interpreta se stesso e se stessa, tanto che il punto fondamentale diventa non tanto la sua azione, ma se questa è corrispondente e relativa alla propria realtà, alla propria persona, se è espressione piena della lealtà con se stessa e con gli altri. Chi mente, mente quando simula, quando è qualcosa di diverso da ciò che è, quando nega la sua primaria chiamata a libertà, quando smette di essere leale con se stessa e nega se stessa, quando la persona smette di esserci per adeguarsi;
d) la scela della propria azione e del proprio agire a prescindere dalla opportunità e dalla convenienza, dal ritorno che tale azione può produrre. Agire solo sulla base della propria giustizia e secondo la propria giustizia. Agire secondo la propria giustizia significa porsi in modo serio chi è la persona che ti si pone di fronte, soprattutto qual è il suo diritto, quella dimensione inalienabile che non puoi disconoscere, che non puoi accorpare in un comune multiplo che potrebbe nei fatti escluderla. Agire secondo giustizia è guardare con molta attenzione al dirito della persona, guardare al suo profondo, alla sua realtà soggettiva, individuale e personale, e questo a prescindere da ogni valutazione morale, etica, ideologica eccetera.
In una buona sintesi questi sono i 4 principi che hanno determinato la mia esistenza, le mie scelte, le mie azioni.
Su questi 4 principi ho costruito tutto, la mia attività lavorativa, la mia professione, la mia attività nella cultura, nel sociale e nella politica.
All'età di 52 anni mi trovo di fronte alla necessità di fare una constazione sostanziale e, quindi, di fare una valutazione quanto più onesta di tutta la mia esistenza.
Se riguardo a quei 4 principi, mi chiedo sostanzialmente se hanno in un qualche modo funzionato, quanto sono stati validi, quanto sono stati solo l'espressione folle di chi ha ritenuto che potessero essere fondamentali per una esistenza in questa storia, in questa società.
Alla fine della fiera posso solo dire che tutto questo, per quanto splendidamente vero, funzionale, programmatico, capace di prevedere e di poter interagire con la storia, è rimasto lettera morta!
Difetto di comunicazione? Me lo chiedo!
Mi chiedo se ho spiegato male, se ho detto le cose in modo da non esser recepite, se, fondamentalmente, quanto venivo a dire non tratteggiava con sufficiente chiarezza le cose. Eppure la sensazione era che le persone comprendessero, ma cosa non le ha fatto prendere lealmente una posizione in merito? Come mai hanno attuato la logica dell'adeguamento ad un qualcuno che appariva nella sostanza più forte?
Mi chiedo il perché di questo, sostanzialmente perché ho la percezione che un po' tutte le persone con le quali sono venuta in contatto hanno sostanzialmente avuto l'atteggiamento di chi ha ritenuto che io avessi sempre e comunque una minore necessità. Forse era anche vero, almeno fino a quando ha retto l'ultimo dei miei tentativi! Anche questo ultimo tentativo è finito, è arrivato alla sua fine! A me rimane l'amaro di chi ci ha provato per l'ennesima volta e non ci è riuscita; agli altri? Alle altre persone tutto questo non ha prodotto proprio nulla. La loro vita non è cambiata di una virgola ed il loro percorso lo hanno proseguito nei loro guai e nelle loro situazioni.
Le mie energie sono finite, le mie risorse sono finite! Non mi rimane che sistemare quello che è possibile, e chiudere.

giovedì 2 febbraio 2012

La mia inutile esistenza

Risultato? Dopo tutto questo e gran parte di cose che non ho comunque espresso né detto? Ieri mi è capitato di parlare con una persona, ed ovviamente parlare di “politica”. La sua depressione, la sua sfiducia, la sua totale rassegnazione mi hanno fatto pensare che io sono sicuramente “la migliore”, se non altro sono la “migliore” proprio per il fatto che non sono rassegnata, che ancora non ho delegato integralmente la mia esistenza a qualcun'altra persona semplicemente perché la sfiducia ha preso il sopravvento su ogni altra cosa.
Sono la “migliore” perché fondamentalmente non sono meglio di nessuna persona al mondo, non sono peggio di nessuna persona al mondo, semplicemente sono consapevole di essere me stessa, consapevole di cosa non voglio, disposta a spendermi per trovare quello che insieme potremmo volere. Sono la “migliore” semplicemente perché sono consapevole che non posso stare nei parametri e nei concetti stereotipati di questo tipo di società.
Sono la “migliore” semplicemente perché sono consapevole della inutilità della mia esistenza! Sono totalmente inutile e tutta la mia esistenza è stata totalmente inutile se non per molti aspetti “dannosa”.
Nasco, e la mia nascita è non voluta! Nasco in una famiglia dove di figli erano già 4 e con uno stipendio che sarebbe stato appena sufficiente per far crescere due figli. Nasco in un momento in cui tutto sarebbe stato meglio accettato che non la nascita di un bambino che, fra l'altro, implica e costringe i miei genitori a mandare in collegio i fratelli più grandi. Inutile e dannosa! Nasco e fra l'altro sono pure persona con diversa identità di genere, quelle persone che vengono definite dalla società ed in senso dispregiativo “trans”! Nasco e sono una donna con un fisico maschile e che subisce una educazione maschile, che viene posta di fronte all'evidenza della propria fisicità e costretta a tentare di adeguarsi a quella fisicità!
La mia totale inutilità si manifesta sempre di più nel corso degli anni, quando inizia a prendere corpo una consapevolezza sociale, un senso di giustizia, un senso profondo di fare parte di una collettività composta da tante piccole o grandi collettività che interagiscono fra loro; inutile nel momento che scopro quanto costa la lotta di classe, quando inizio a conoscere le conseguenze di una stupida ed inutile lotta per il diritto della persona ad avere una pensione, a lavorare con un giusto salario, ad avere una sanità eccetera. La stupida ed inutile lotta per il diritto, per l'affermazione del diritto di tutte le persone, comprese tutte quelle persone che ritengono stupide quelle poche che si spendono e si battono per i diritto di tutte e tutti!
Così prendo atto della inutilità della mia esistenza! Perché? Perché a conti, fatti e secondo i parametri di queste persone che hanno sempre ritenuto stupido ed inutile lottare per il diritto, io non ho mica concluso nulla nella mia esistenza, non ho proprio fatto nulla! Ho combattuto ed ho perso; ho lottato ed ho perso; ho cercato di trasmettere quelle poche cose che potevo trasmettere, ed ho perso! Ho cercato di aggregare le persone e chiamarle a riflettere su aspetti più sostanziali, ed ho perso!
La lunga lista delle mie sconfitte, dei miei insuccessi, del mio aver perso ogni battaglia nella mia esistenza, di aver da subito e sempre, come una costante, portato danno agli altri in un modo o nell'altro, manifesta e palesa la mia esistenza come una dimensione totalmente inutile. Ed i conti vanno pur fatti! Del resto se io oggi mi trovo con una si ricca schiera di insuccessi e di sconfitte, è evidente che io ho sbagliato tutto e che, invece, gli altri che non si sono con me spesi e con me non hanno rischiato; quelle persone che hanno pensato di potermi sfruttare ed ingannare; quelle persone che hanno pensato che potessero trarre vantaggio da quello che io facevo, che mi hanno abbandonata, che si sono dileguate come nebbia al sole, che hanno definito il mio parlare ed agire come filosofia e senza nessun senso pratico, che hanno sempre ritenuto che io dovessi portare la mia azione e le mie energie per dare soddisfazione alla contingenza, tutte queste persone, invece, sono utili, e non sono state dannose per nessuno! Loro possono annoverare nella loro storia, fra le tante sconfitte, anche delle vittorie!
La mia inutilità è stigmatizzata proprio da queste persone, tutte, che idealmente mi hanno semmai anche dato ragione, ma che la ragion del quotidiano ha dato ragione a qualche altra istanza, ed il fatto che loro abbiano – diversamente da me – sbarcato il lunario, le rende vittoriose della loro quotidianità. Io sono una perdente perché non ho neanche vinto la battaglia della quotidianità.
La mia inutilità e dannosità si manifesta palese nella realtà della mia storia, dove tutto ciò che ho tentato di fare è risultato un nulla!
La mia inutile esistenza e la mia inutile vita di persona che non ha mai smesso di lottare può solo raccontare il proprio insuccesso, la propria sconfitta su tutti i piani! Questa è la mia vera storia, la vera storia di chi è stata sconfitta non dai poteri che ha combattuto, ma dall'ignavia e dalla rassegnazione, dalla miopia di chi era oggetto della mia azione.
La mia vita inutile e determinata dal fatto che io ho lottato per chi ha sempre ritenuto inutile la mia lotta!
In effetti, guardiamo bene! Quale utilità ha lottare per il diritto della persona? Non ha nessuna utilità, è dispersivo, poi chi ti ascolta? La gente ha bisogno di risposte subito e sui loro specifici problemi! Certo, sarebbe bello poter lottare per il diritto della persona, a prescindere da questo o quell'aspetto, ma è troppo lunga la cosa; meglio lottare per cose specifiche, per determinati diritti … che so? Il matrimonio omosessuale? Il posto di lavoro per le persone trans? E si, è sicuramente più utile spendersi per le persone trans, si ha un chiaro oggetto, si ha un seguito, si possono conseguire reali successi o sconfitte reali! Ma lottare per il diritto della persona? Per ogni persona, non è lottare anche per quegli aspetti peculiari senza creare privilegi? Ma cosa sto dicendo? C'è forse una gerarchia di diritti? No! Non c'è gerarchia di diritti semplicemente perché i diritti non esistono! Esiste solo il diritto e nel diritto non c'è gerarchia, c'è la persona! Ma questa è utopia, bisogna stare con i piedi per terra. Si devono dare segnali chiari, sensi precisi, bisogna guidare verso qualcosa che si ritiene utile per gli altri! Ma coinvolgerli? Ma chiedere loro cosa è per loro utile? No, non serve, non ha senso! Noi sappiamo cosa è possibile e cosa no, ci muoviamo in modo tale per poter conseguire dei risultati, piccoli, ma almeno dei risultati.
Io sono inutile; sono inutile come amica, sono inutile come socia, sono inutile come persona! Sono inutile perché a me, di quello che ritenete utile, non ho alcun interesse! Non ho interesse alla vostra vittoria quotidiana, alla vostra necessità di risposte e di dare risposte; alla vostra rassegnazione che nulla si può cambiare, al vostro sapervi ben lamentare senza mai affrontare le cose; alla vostra paura di affrontare la storia nella sua interezza, perché non ho interesse per questa vostra ricerca della particolarità, come se la totalità e l'interezza che io posso vedere non sia nei fatti una parzialità, una parcellizzazione di quanto io stessa posso semplicemente comprendere. Io non ho paura del mio limite, per questo chiedo agli altri di non aver paura del loro, perché solo così il nostro limite si allarga, si espande! Ma io sono una che fa filosofia anche nei programmi lavorativi, anche nei progetti di fattibilità! Io non penso alla quotidianità ed infatti io sono finita miseramente nel nulla. Ma ...a confronto del vostro nulla? A confronto della vostra vittoria di pirrò, preferisco il mio nulla e la mia sconfitta. Si, io sono la migliore proprio perché non ho paura della sconfitta, non ho paura della mia fallimentare quotidianità, non ho paura ad estendere il mio limite ed a metterlo in gioco. Io sono la migliore semplicemente perché io sono per voi completamente inutile!
Si, penso proprio che io rimarrò nella mia inutilità, prendendo le distanze sempre con maggiore decisione dalla vostra quotidianità e dalla vostra utilità! Il mio senso per voi è inutile, ed in questo si palesa forte e chiara la profonda incompatibilità!
Del resto devo anche dire che mi sono stancata di essere per voi inutile! Così penso che vivrò pienamente la mia inutilità senza dovervi più far danno, o recarvi fastidio! Del resto io posso solo lavorare, costruire, pensare e vivere solo con chi pensa cose inutili! Ma, appunto, io voglio essere solo inutile e non più dannosa, per questo penso e credo sia giunto il tempo che io abbia la mia strada inutile e chi non la condivide fino in fondo non si avvicini, perché altrimenti quella strada diventa per costoro anche dannosa, profondamente dannosa.
Io sto nella mia piena e totale inutilità, piena e totale assenza della vostra concretezza, perché tale concretezza non mi appartiene e non fa parte della mia esistenza inutile.

domenica 22 gennaio 2012

Mi chiedo quanto sia alta la percezione o la consapevolezza del momento in cui stiamo vivendo. Me lo chiedo anche di fronte ad esternazioni del Presidente del Consiglio quando spiega con chiarezza quale sia la strategia di cui lui si fa portatore in Italia.
Nell'ascoltarlo è possibile scoprire (per chi già lo sapeva averne semplicemente conferma) che la crisi che ci sta massacrando e che sta distruggendo le nostre esistenze, che ci fa perdere casa, affetti, amicizie eccetera, nei fatti non esiste, ma è una logica strategica attuata dai poteri forti per sviluppare il loro programma portando i popoli ad una accettazione di elementi normativi, economici e sociali sufficienti a determinare come logica conseguenza il raggiungimento di obbiettivi chiari e dichiarati.
Splendido! Per quanto ci stia ragionando da tempo, anche utulizzando tutta la mia capacità esplicativa e, contemperaneamente, di sintesi, non sarei mai riuscita a spiegare adeguatamente e chiaramente quanto in poche e chiare frasi ha detto il prof. Monti in questo video rivelatore: http://www.youtube.com/watch?v=g1AG2DlDaaQ&feature=related
Siamo di fronte ad una chiara finalità: l'europa ha bisogno di crisi, di grosse crisi per spingere le popolazioni a dare sempre più ampie parti - lui le chiama "cessioni" - della loro sovranità.
Abbiamo bisogno delle crisi, ma quando le crisi spariscono, rimane un sedimento (leggi e quant'altro) per cui il cambiamento non è reversibile ed è accettato perché c'è la crisi a cui far fronte.
Allora? Questa crisi è reale o è totalmente inventata? Tutto quello che si dice e si è detto sulla crisi economica, è fatto vero, siamo state e stati vittime di una ulteriore menzogna?
Ma, anche volendo tralasciare questo aspetto non secondario, la questione è su cosa stanno agendo queste "cessioni" di cui il Primo Ministro Italiano sta parlando? Bene, tali cessioni si configurano in primo luogo nella restrizione e nella limitazione del diritto della persona! La persona apertamente e dichiaratamente non è più ritenuta e considerata "cittadino" o "cittadina", ma solo componente e facente parte di un popolo che deve rinunciare con il consenso forzato da una finzione, al proprio diritto e ridurre se stessa a suddito di un potere sovrano di soggetti eletti da comitati, lobby ed associazioni segrete che vogliono fare il bello ed il cattivo tempo sulle nostre esistenze!
Da dove sono partiti? Semplicemente da renderci confuse e confusi sul significato della politica. Oggi la maggioranza delle persone confonde la politica con l'attività di partito e dei propri dirigenti. Fra l'altro questa confusione, che ha avuto come massimo artefice Berlusconi e compagnia, ha reso la politica un qualcosa di estraneo alla quotidianità delle persone, le quali non sanno più distinguere uno slogan, un'azione di marketing, da un programma politico, da una idea ed un progetto politico. Questo ha portato le persone a non avere più capacità critica, ma piuttosto di accovacciarsi nel proprio ristretto guscio a tentare di conservare quel nulla che ha, nella convinzione che quel nulla possa essere veramente qualcosa.
E noi cosa stiamo a fare? Quando smetteremo di giocare ai demagoghi e ci metteremo noi per primi a fare politica seriamente? A costruire prima di tutto un tavolo di discussione, di ragionamento, di riflessione di informazione?
QUando?

lunedì 2 gennaio 2012

Si riparte dal diritto

Prendendo spunto dalla riflessione personale fatta da Fabianna Tozzi (http://www.fabiannatozzi.it/), nel suo blog, vorrei tentare di sviluppare un ragionamento in merito alla centralità del Diritto e, conseguentemente, al senso dell'attività all'interno di una associazione o gruppo politico o quant'altro.
La prima cosa che tenderei a sottolineare è il concetto contenuto in una vecchia frase, ovvero: “la forza di una catena è determinata dall'anello più debole”. Tecnicamente si chiama “punto di rottura” ed è il parametro sulla base del quale si calcolano tante cose, anche direttamente inerenti alla quotidianità delle persone. Il punto di rottura di un trave, di un attrezzo, di un materiale ed anche il punto di rottura di una società. Non a caso la frase riportata è riferita proprio alla società, che in quel contesto veniva paragonata ad una catena dove ogni anello, pur nella sua possibilità di potersi muovere, è comunque strettamente correlato a tutti gli altri anelli, i quali gli determinano la possibilità di movimento autonomo, così come è determinano dal movimento complessivo di tutti gli anelli. Una catena, insomma, nella quale ogni individuo rappresenta un anello, e la sua forza è determinante nello stabilire la forza complessiva della catena stessa. Gli esempi ed i richiami potrebbero essere molti, e tutti sono finalizzati a focalizzare con chiarezza che un qualsiasi gruppo, struttura, materiale è determinato e calcolato proprio sulla base del suo “punto di rottura”.
La nostra società, ma tutto il sistema nel quale viviamo, sembra essersi dimenticata di questa semplice e fondamentale regoletta che interessa ogni aspetto del sapere umano ed ogni aspetto della esistenza delle persone, e questo lo si vede nello sviluppo delle politiche economiche, sociali e culturali del nostro paese, così come lo si vede con maggiore evidenza nelle politiche internazionali che hanno la pretesa di gestire la globalità. La parte più debole non viene riconosciuta e, quindi, tanto meno presa in considerazione. Invece di partire dalla dimensione più debole, questa la si considera come un peso morto ed un impedimento allo sviluppo sociale, economico e culturale da parte di chi pensa ed organizza la politica.
In considerazione di quanto brevemente sopra accennato concettualmente, l'attività politica di una persona (o più persone) che si può esprimere nell'ambito associazionistico, partitico o economico produttivo e di servizi e che vuole tener presente questa semplice regoletta del punto di rottura sociale, si trova nella necessità di individuare quale sia (o quali siano) il punto di rottura della nostra società, ovvero qual è l'anello debole, qual è la realtà di persone che in questo dato contesto sociale, politico, economico e culturale si trovano in una condizione di profonda e radicale debolezza.
Nel 1800 e gran parte del 1900 la parte debole socialmente fu individuata nel proletariato urbano. Ci sarebbe da discutere non poco su questa scelta storica, non tanto per discutere quella scelta in sé, quanto piuttosto per comprendere quali furono i limiti che tale scelta comportò. In primo luogo c'è da evidenziare che tale scelta focalizzò l'attenzione solo su un aspetto – per quanto di maggiore evidenza e più facilmente organizzabile – e che era anche determinato dall'orientamento economico che stava sviluppando ed espandendo la concezione industriale, pretendendo di imporla su ogni piano produttivo ed economico. In questo contesto concettuale che storicamente voleva imporsi (e si è imposto), fu sostanzialmente ignorato il proletariato agreste, legato alla economia agro-zootecnica che, nei fatti, rappresenta economicamente il settore primario. Tutta l'attività politica, sociale, culturale ed economica fu centrata sulla classe operaia che aveva il suo centro ed il suo riferimento nell'industria nascente, ma questa impostazione ha determinato degli scompensi di cui noi ancora oggi paghiamo le conseguenze. Solo a titolo di richiamo si possono citare l'urbanizzazione forzata di grandi masse di persone, l'esplosione di una edilizia arruffata e di pessimo valore con la conseguente perdita di strutturazioni adeguate e ragionate dell'urbanistica, ed uno spaventoso ritardo nello sviluppo della zootecnica e dell'agricoltura sul piano sociale e culturale.
Nella seconda metà del 1900 emergono con forza i movimenti di liberazione, a partire dal movimento di liberazione delle persone nere degli USA capitanate dal loro leader Martin Luther King. Tali movimenti di liberazione nascono in prevalenza nell'ambito urbano ed industrializzato, anche se negli anni 1970 ci fu la nascita di movimenti di liberazione che presero le mosse dalla organizzazione delle zone rurali abbandonate dalla politica in una spaventosa povertà economica, sociale e culturale.
Tali movimenti ebbero il pregio di focalizzare aspetti diversi da quello meramente economico della debolezza sociale, ponendo all'attenzione la questione del diritto della persona come fattore primario di rivendicazione. Chiaramente non trovarono da subito accoglienza presso le centrali organizzative del sistema sociale che, invece, riteneva che il fattore primario di rivendicazione fosse quello economico. Ancora oggi possiamo vedere come questo aspetto di non ritenere fondamentale e primario il diritto , ma di focalizzare ancora tutto sulla base della rivendicazione economica, non solo è presente ma oggi manifesta tutta la sua deteriore azione di rivendicazione e di emancipazione della società dal proprio stato di debolezza.
All'inizio degli anni 2000 e seguenti noi ci troviamo ancora posti in questa situazione, dove la politica e l'attività politica continua a ritenere fondativa e primaria la questione economica, quindi rimanendo sorda alla rivendicazione del diritto della persona come fondamentale per ogni ulteriore emancipazione della società. Tale sordità non si ha solo nelle categorie di persone che possono essere definite “classe dirigente” del paese, ma è fortemente presente anche e soprattutto in quegli ambiti in cui la precarietà, la disoccupazione, la destabilizzazione economica cerca di organizzarsi in strutture di rivendicazione e di lotta. Per semplificare si può dire che ancora oggi la questione del salario prevale sulla rivendicazione del diritto, per tanto si perpetua quell'errore di fondo di impostazione dato a partire dal 1800. Ancora si pensa in termini di liberalismo o di statalismo, come se nella realtà attuale sia ancora possibile pensare in queste categorie, come se le persone fossero determinate e catalogabili esclusivamente dal punto di vista economico. Ancora il punto di riferimento per le analisi sociali e politiche è il PIL, il quale ancora è determinato sulla base della produttività di un paese.
Fattore di debolezza proprio dei movimenti di liberazione è che anche loro non hanno saputo staccarsi da questa visione economica, non hanno saputo costruire un pensiero ed una azione che fosse effettivamente centrata sul Diritto della persona, che avesse come fuoco primario la persona in tutta la sua completezza.
Ritengo che sia giunto il momento che è necessario dare una reale svolta a tutto il sistema di rivendicazione e di progettazione della società nel suo insieme. C'è bisogno di fare un reale salto di mentalità, una emancipazione culturale da una serie di vincoli e di limiti che ci portiamo dietro dalla nostra stessa storia di persone occidentali e condizionate negativamente da un pensiero religioso che, solo formalmente, si richiama al pensiero cristiano.
Ritengo che siano fondamentali i seguenti punti di riflessione, sui quali – quanto meno – avviare un dialogo ed un approfondimento:
L'economia è un fattore importante, ma non il più importante. L'economia, intesa come finanza, quindi come circolazione del denaro e dei beni correlati, fa parte della struttura stessa sulla quale si può fondare il piano sociale, ma essa ha una importanza pari a quella della politica, della socialità e della cultura. Va sostanzialmente ridimensionata nella sua importanza e ridargli quel suo ruolo fondamentale di strumento di valutazione e di passaggio dei beni. Sicuramente è da rivalutare fondamentalmente il significato stesso del denaro, della sua produzione e della sua finalità, di chi siano i legittimi proprietari del denaro.
Il PIL va, di conseguenza, ripensato nei suoi parametri, e sostanzialmente deve essere ridotta l'importanza della produzione in sé, la quale deve essere valutata in termini effettivi di produzione di ricchezza, e non di produzione di materiale. Ci si deve rendere conto che la produzione non può crescere all'infinito e che comunque questa è finalizzata alla ricchezza e non il contrario. Il Prodotto Interno Lordo deve prendere in considerazione anche la capacità di risparmio e di virtuosità della popolazione, ovvero quanto è capace di risparmiare, di tagliare il superfluo, di recuperare e riciclare quanto è già stato prodotto, quanto è capace di far crescere la capacità di acquisto del proprio denaro, quanto è capace di investire in prospettiva, ovvero in cultura, arte e socialità, ovvero di quanto è capace di investire sulla persona e sullo sviluppo del proprio diritto.
La persona deve essere posta la centro dell'analisi complessiva della realtà sociale. L'emancipazione della persona, la sua capacità critica, la sua capacità di valutazione è determinata e incrementata da una sua profonda crescita culturale, di conoscenza dell'arte, della letteratura, della musica. Questo consente alla persona di poter sviluppare idee, progetti, di essere creativa sul piano delle proprie attività, di produrre ricchezza e crescita, di trovare soluzioni e di inventare nuove possibilità. Una società aperta, che accoglie e raccoglie, che si alimenta della diversità, che si nutre del dialogo con ciò che è da lei diversa, perché gli allarga i confini della mente, gli apre nuove prospettive. Una società che ha la persona come centro fondamentale della sua azione e riflessione, è una società che cerca e persegue il benessere della persona in ogni aspetto e che si libera dal senso di colpa, che si libera dalla tutela di qualcuno, per esserci finalmente e pienamente.
Una politica che è centrata sulla persona è una politica che ha come presupposto il Diritto della persona, cioè quello che è costitutivo della persona stessa. Il diritto non è qualcosa di casuale o di arbitrario, ma è ciò che fondativo della persona nella sua interezza che riguarda il suo esserci pienamente, non il suo fare! Il diritto non è nel fare, ma nell'essere, e la politica deve tener conto di questo aspetto fondativo, deve diventare la sua linea guida fondamentale.
La cultura, l'arte, la fauna e la flora di un territorio, la conservazione e la cura del territorio sono elementi normativi nella logica di strutturazione di una società. Se la persona è al centro, al centro della riflessione e della progettazione c'è anche l'ambiente nel quale la persona vive. Non è vivibile la periferia di ogni città, non è più vivibile il centro di ogni città, perché si è persa la centralità della persona per dare spazio ad altro che vede la persona solo come mero strumento o come mercato. La cultura è dare spazio alla mente, dare input, dare senso e sensibilità, attenzione e ragionamento, percezione e pensiero. La cultura è dare struttura alla propria società e renderla ricca di tutte quelle potenzialità che il contesto ambientale e storico presentano.
Si deve ripartire da quello che fu messo in evidenza dai primi movimenti di liberazione della seconda metà del 1900, ma appunto reimpostandoli su una visione più ampia che è quella del diritto della persona è non la frammentazione di una massa informe di singole rivendicazioni. Ci si deve chiedere chi prende in mano il testimone del movimento di liberazione dei neri degli USA, tenendo conto che la sua forza e la sua capacità di saper aggregare neri e bianchi e di conquistare i diritti per tutti! L'emancipazione legale delle persone nere implicava anche l'emancipazione legale delle persone bianche, la liberazione dalla segregazione era libertà per entrambe. Si deve ricordare quanto era detto, predicato ed enunciato e portato avanti da Martin Luther King, ovvero che la lotta era verso la realizzazione di quel “sogno” dove tutti insieme si costituisce una società libera, a prescindere dal genere, dal colore della pelle, dal proprio censo eccetera. Si, quanto è già definito ed enunciato nell'art. 3 della Costituzione, ma che non ha mai visto la luce realmente nella strutturazione della società.
La scommessa di questi tempi è quella di impostare e far crescere una realtà, associativa o partitica o semplicemente politica, proprio su questi presupposti, poiché è fondamentale e strutturale che le persone che si riconoscono in una diversa impostazione trovino il modo e le modalità per creare i presupposti di un modo di agire e di fare politica che sia capace di incidere realmente sul piano culturale, sociale, economico e politico. Ritengo che questo sia il compito primario delle associazioni e dei movimenti nella loro specificità. Infatti se le associazioni hanno delle finalità aggregative e di azione sul territorio, poiché sono tese a raccogliere territorialmente le forze e le intelligenze che a queste finalità si vogliono dedicare, i movimenti hanno un ruolo politico di elaborazione e di proposizione a livello più ampio territorialmente di quelle istanze comuni fra tutte le associazioni o gruppi che vi aderiscono.
L'Associazione ha finalità specifiche e si muove territorialmente su obiettivi concerti, finalizzati al contesto storico, culturale, sociale, politico ed economico nel quale è presente, ed in quanto tale raccoglie ed elabora l'insieme delle istanze e delle dialettiche che si vengono a sviluppare in quel determinato contesto, trasmettendole e rappresentandole al movimento che se ne fa interprete a livello generale ed in correlazione con le altre istanze, dialettiche sviluppate in altri contesti. Fare parte di una Associazione o creare una associazione dovrebbe avere questa finalità, dovrebbe poter essere luogo primario di analisi, proposta e discussione sulle tematiche relative al Diritto. L'associazione è il luogo primario di presenza, e questo è la storia stessa che ci racconta questo metodo. Tutte le realtà che hanno avuto sviluppo e portata a livello storico, soprattutto per i movimenti di liberazione, hanno avuto il loro luogo primario di partenza piccole realtà contestuali. Sempre prendendo ad esempio il movimento dei neri degli USA, esso si fondava ed aveva i suoi centri di discussione e di dialogo proprio nelle Comunità Battiste Nere distribuite su tutto il territorio. In queste comunità ecclesiali veniva discusso, organizzato, elaborato il programma, la proposta che poi il movimento metteva in discussione su tutto il territorio nazionale. Ma il movimento – Martin Luther King – non era altro che il portatore di quelle istanze, che elaborava e strutturava politicamente.
Oggi noi dobbiamo riprendere la discussione a livello locale, riprendere a dialogare con il contesto sociale locale, porsi di fronte alla società con la quale siamo direttamente in contatto, per proporre e per recepire da loro, per poter elaborare insieme quanto è contestualmente vero. Dobbiamo organizzarci localmente nelle nostre specifiche senza più avere riferimenti ideologici a leader di qualsiasi tipo e natura. Chi verrà individuato come leader pubblico non sarà perché ha una sua idea ed una sua linea, ma perché capace di dare corpo e di sintetizzare strutturalmente l'insieme delle istanze che provengono da ogni situazione territoriale.
Si devono creare tante, tante associazioni; si devono moltiplicare i luoghi di discussione reale, si deve produrre discussione, pensiero, dialettica; si deve riprendere la modalità di aggregarci e di imparare a lavorare insieme; si deve imparare a capire di fare parte di un insieme che si riconosce sulla base di presupposti specifici. Le comunità Battiste nere degli USA non si riconobbero né nella caratteristica della loro fede, né nel colore della loro pelle, ma nel comune desiderio e volontà di aprire al diritto e di rendere il diritto aperto e libero. Questo portò le singole persone a lottare con determinazione per una causa comune, perché ciò che univa la persona della chiesa dell'Alabama con quella di Atlanta era il comune desiderio e volontà di aprire il diritto ad ogni persona a prescindere dal sesso, genere, colore della pelle, pensiero, fede eccetera.
Questo è il mio pensiero per questo inizio di anno.
Darianna Saccomani

domenica 6 novembre 2011

L'urgenza di fare politica

Il Paese Italia è di fronte ad una delle più grosse crisi strutturali della sua storia, ed eccetto poche eccezioni, la sensazione è che nessuno ci stia ponendo mente in modo serio, organi e strutturale. Il paese va alla deriva, sfaldandosi socialmente, culturalmente, politicamente e finanziariamente, ma tutto questo sembra non essere al primo punto dell'agenda politica sia della maggioranza che dell'opposizione.
Ma sul serio crediamo che il vero problema di tutta questa situazione sia Berlusconi? Indubbiamente Silvio Berlusconi fa parte del problema, ed i quanto primo ministro ritengo debba avere quel minimo di responsabilità di comprendere istituzionalmente che è arrivato il momento di passare la mano. Dobbiamo dirlo con chiarezza che il problema reale è che l'economia reale, quella di chi tutti i giorni lavora, di chi tutti i giorni va a fare la spesa, è stata annullata e svalutata all'infinito dall'economia virtuale, la quale da economia di supporto è diventata luogo di speculazione mediante la quale per la ricchezza (forse) di qualcuno si affamano intere popolazioni, si distruggono economie, si rende senza valore il quotidiano di ogni persona, ciò che effettivamente conta.
Chi vive nel quotidiano, ovvero vive la realtà del Paese, invoca che si prendano provvedimenti! Coloro che si trovano nella “cabina di comando” hanno la responsabilità di assumere decisioni chiare, hanno la responsabilità di trovare soluzioni e di coordinarsi con l'opposizione per la ricerca del bene del Paese.
Tutto questo, che dovrebbe caratterizzare una classe dirigente di un paese, oggi in Italia è del tutto assente, e le poche voci – come quelle del Partito Radicale – che cercano di alzarsi e di richiamare alla legalità ed alla responsabilità, non sono ascoltate se non denigrate e preventivamente demonizzate sia da una parte che dall'altra.
Agli occhi di chi si è posta ad osservare quanto accadeva, nella speranza di trovare una sua collocazione, sembra che ci sia stata quasi una regia per portare il Paese ad uno stato di totale incapacità di agire, ad una progressiva delegittimazione della politica. Una regia che ha costruito – a negli anni fra il 1990 ed il 2000 – un progressivo decadimento culturale e sociale, ad una progressiva ignoranza del senso (da sempre scarso in Italia) dello Stato. Ma fino a quando questo scarso senso dello Stato era appannaggio di un segmento della società, controbilanciato da istituzioni autorevoli e da una classe dirigente del paese che – per quanto contestabile – era autorevole!
Cosa era ancora chiaro prima degli anni 1990? Cosa era ancora condiviso nello Stato? Per quanto molto indebolito, ma negli anni 1990 c'era ancora chiaro il Patto che aveva costituito lo Stato Italiano, ancora c'era la memoria di questo patto ed tale memoria era un deterrente notevole per la classe dirigente ad agire con cautela.
Ma la sensazione è che oggi non solo si è perso la consapevolezza del Patto sociale che costituiva lo Stato Italiano e, quindi, la portata e l'importanza normativa della Costituzione, ma si è persa anche la memoria di quel Patto, di cosa lo ha costituito, su cosa si fonda. E questa memoria non si è persa solo nell'ambito dei cittadini e delle cittadine sempre più prese a cercare di resistere in un contesto di disfacimento totale, ma si è perso anche in quella cosiddetta “società civile” in quegli ambiti culturali ed intellettuali che erano la punta di diamante della società, in quei movimenti che agivano e si battevano per l'affermazione del diritto integrale della persona.
Avvicinarsi a quegli ambienti è trovarsi di fronte ad ambiti introversi su se stessi ed incapaci di aprire lo sguardo, di assumere quel loro ruolo profetico nell'ambito di una società sempre più dormiente ed anestetizzata dai media e dal populismo dilagante.
Forse sono presuntuosa, ma il fatto di essere una persona transessuale mi rende più attenta a quanto sta accadendo o, semplicemente, proprio perché persona che ha la presunzione di avere un suo proprio pensiero, sento una profonda repulsione per ogni tipo di tifoseria da stadio su questioni che riguardano il bene comune dello Stato. Non nego l'importanza di ogni singola istanza che viene portata avanti, ma mi chiedo quale sia il senso di un portare avanti istanze in un contesto dove il patto sociale non esiste più, dove non c'è neanche più memoria di cosa sia fondativo, dove chi è al governo ha il pieno disprezzo dell'istituzione e delle regole, dove sembra vincere la logica del più furbo e del più arrogante.
Voglio pensare ed agire politicamente, e per tanto rivendico questo MIO diritto di agire e pensare politicamente, nella logica di un discorso politico e di una azione politica che sia autenticamente MIA. Sono stanca di dovermi adeguare a qualcosa che gira intorno a ciò che ritengo determinante e fondativo, sono stanca di discorsi demagogici che si riempiono di proclami ma che servono solo a nascondere il vuoto a perdere di posizioni! Sono stanca di essere considerata solo ed esclusivamente apparato votante di un sistema, perché io sono persona che produce, lavora e tenta con tutte le sue forze di dare il proprio contributo alla crescita di questo Paese, ed è stufa di vedersi tarpata, tartassata di tasse, vessata da apparti di Stato che diventano aguzzini applicatori di leggi e norme ingiuste. Sono stanca di dover sottostare a giochi iniqui determinati da un sistema assoggettato agli interessi di banche e di speculatori che ci vogliono schiavizzare.
Voglio ripartire dalla Costituzione, da quel Patto fondativo dello Stato Italiano, perché io sono Italiana e MIA è questa terra e MIO è questo Stato, e non ho più alcuna intenzione di delegare ad altri le sorti di ciò che per diritto e di MIA competenza. Sono una cittadina e non ho alcuna intenzione di diventare suddita di qualcuno o di un gruppo di potere di cui non conosco le facce né le intenzioni. Sono anche stufa di lamentarmi nel chiuso della mia cameretta o fra quattro amici, perché ritengo che sia arrivato il momento di agire, di riprendere in mano quel Patto e di affermarlo di fronte a chiunque lo voglia nascondere o dimenticare; siano questi i gruppi di potere, siano i governanti, sia la classe dirigente di questo Stato, sia l'Europa!
Se sono in Europa ci voglio essere come Italiana e, quindi, come chi ha dietro di sé un chiaro patto sociale sancito e stabilito dalla Costituzione Italiana. Ad oggi, ancora, non mi trovo di fronte ad un patto sociale che mi costituisce Europa, ma piuttosto mi trovo di fronte ad accordi fra poteri e banche, le quali non hanno ricevuto da me il consenso di gestirmi l'esistenza.
Si deve ri-fondare lo Stato! Parlo di “ri-fondare” perché sono convinta e persuasa che oggi si sia perso il fondamento, e ri-fondare lo Stato significa ri-stabilire il Patto fra cittadini e cittadine che costituiscono lo Stato. Proprio per questo mi chiedo da cosa nasce la nostra Costituzione, e devo ricordare che questa costituzione nasce dal vissuto e dall'esperienza e dalla cultura di persone che avevano vissuto sulla loro pelle la negazione totale di quanto è costitutivo del diritto della persona. Erano persone che uscivano, dopo un ventennio di dittatura e di totalitarismo, da una guerra sanguinosa e folle. Nasce da queste persone le quali avevano ben presente di salvaguardare per le generazioni future e di garantire nel tempo ogni aspetto facente parte del diritto costitutivo della persona.
Nel leggere la Costituzione emerge con chiarezza il patto costitutivo fra i cittadini e che aveva nello Stato quell'organo di servizio deputato a garantire che tale patto fosse mantenuto e rispettato. Proprio per questo i padri costituenti disegnano lo schema normativo sul quale doveva svilupparsi ogni tipo di politica e che tali politiche dovevano trovare la propria origine nel Patto che viene configurato proprio nel cosiddetto Stato Sociale.
Sono profondamente convinta che noi, oggi, non siamo chiamate e chiamati ad “inventarci” un nuovo paradigma di Stato Sociale, quanto piuttosto a rifondarlo su quei principi che costituiscono il fondamento del patto fra i cittadini che costituisce lo Stato, e che trova il suo punto di partenza proprio nella cultura del diritto della persona, poiché come persona collocata nella parte debole della società colgo nella Costituzione quei principi che mi comprendono e che danno senso per ogni persona al Patto Sociale costitutivo dello Stato, il quale si configura come patto fra cittadini e non fra uno Stato padrone ed i suoi sudditi.
Ora mi chiedo se ancora, in questo nostro Paese, c'è qualcuno che sente come prioritario il diritto della persona come elemento fondativo del patto costitutivo dello Stato Italiano.
Proprio per questo io pongo come prioritario il rifondare lo Stato Sociale poiché questo rappresenta il presupposto di ogni scelta ed azione politica, di ogni decisione governativa, di ogni trattativa e patto ulteriore fra gli Stati ed anche all'interno dell'Unione Europea.
Il superamento della crisi, quindi, si ha proprio a partire dal ricollocare nella chiarezza e nella piena condivisione quanto è determinato dal Patto Sociale che trova la sua esplicita traduzione nello Stato Sociale che rappresenta il reale e programmatico investimento per lo sviluppo e la crescita della società e dello Stato nel tempo.

transessuale

transessuale

Ben venuti

Ecco il mio blog. Ci scrivo quello che penso, quello che ho pensato. Spero possa essere utile a qualcuno. Sicuramente è utile a me stessa

io

io