domenica 22 gennaio 2012
Mi chiedo quanto sia alta la percezione o la consapevolezza del momento in cui stiamo vivendo. Me lo chiedo anche di fronte ad esternazioni del Presidente del Consiglio quando spiega con chiarezza quale sia la strategia di cui lui si fa portatore in Italia.
Nell'ascoltarlo è possibile scoprire (per chi già lo sapeva averne semplicemente conferma) che la crisi che ci sta massacrando e che sta distruggendo le nostre esistenze, che ci fa perdere casa, affetti, amicizie eccetera, nei fatti non esiste, ma è una logica strategica attuata dai poteri forti per sviluppare il loro programma portando i popoli ad una accettazione di elementi normativi, economici e sociali sufficienti a determinare come logica conseguenza il raggiungimento di obbiettivi chiari e dichiarati.
Splendido! Per quanto ci stia ragionando da tempo, anche utulizzando tutta la mia capacità esplicativa e, contemperaneamente, di sintesi, non sarei mai riuscita a spiegare adeguatamente e chiaramente quanto in poche e chiare frasi ha detto il prof. Monti in questo video rivelatore: http://www.youtube.com/watch?v=g1AG2DlDaaQ&feature=related
Siamo di fronte ad una chiara finalità: l'europa ha bisogno di crisi, di grosse crisi per spingere le popolazioni a dare sempre più ampie parti - lui le chiama "cessioni" - della loro sovranità.
Abbiamo bisogno delle crisi, ma quando le crisi spariscono, rimane un sedimento (leggi e quant'altro) per cui il cambiamento non è reversibile ed è accettato perché c'è la crisi a cui far fronte.
Allora? Questa crisi è reale o è totalmente inventata? Tutto quello che si dice e si è detto sulla crisi economica, è fatto vero, siamo state e stati vittime di una ulteriore menzogna?
Ma, anche volendo tralasciare questo aspetto non secondario, la questione è su cosa stanno agendo queste "cessioni" di cui il Primo Ministro Italiano sta parlando? Bene, tali cessioni si configurano in primo luogo nella restrizione e nella limitazione del diritto della persona! La persona apertamente e dichiaratamente non è più ritenuta e considerata "cittadino" o "cittadina", ma solo componente e facente parte di un popolo che deve rinunciare con il consenso forzato da una finzione, al proprio diritto e ridurre se stessa a suddito di un potere sovrano di soggetti eletti da comitati, lobby ed associazioni segrete che vogliono fare il bello ed il cattivo tempo sulle nostre esistenze!
Da dove sono partiti? Semplicemente da renderci confuse e confusi sul significato della politica. Oggi la maggioranza delle persone confonde la politica con l'attività di partito e dei propri dirigenti. Fra l'altro questa confusione, che ha avuto come massimo artefice Berlusconi e compagnia, ha reso la politica un qualcosa di estraneo alla quotidianità delle persone, le quali non sanno più distinguere uno slogan, un'azione di marketing, da un programma politico, da una idea ed un progetto politico. Questo ha portato le persone a non avere più capacità critica, ma piuttosto di accovacciarsi nel proprio ristretto guscio a tentare di conservare quel nulla che ha, nella convinzione che quel nulla possa essere veramente qualcosa.
E noi cosa stiamo a fare? Quando smetteremo di giocare ai demagoghi e ci metteremo noi per primi a fare politica seriamente? A costruire prima di tutto un tavolo di discussione, di ragionamento, di riflessione di informazione?
QUando?
Nell'ascoltarlo è possibile scoprire (per chi già lo sapeva averne semplicemente conferma) che la crisi che ci sta massacrando e che sta distruggendo le nostre esistenze, che ci fa perdere casa, affetti, amicizie eccetera, nei fatti non esiste, ma è una logica strategica attuata dai poteri forti per sviluppare il loro programma portando i popoli ad una accettazione di elementi normativi, economici e sociali sufficienti a determinare come logica conseguenza il raggiungimento di obbiettivi chiari e dichiarati.
Splendido! Per quanto ci stia ragionando da tempo, anche utulizzando tutta la mia capacità esplicativa e, contemperaneamente, di sintesi, non sarei mai riuscita a spiegare adeguatamente e chiaramente quanto in poche e chiare frasi ha detto il prof. Monti in questo video rivelatore: http://www.youtube.com/watch?v=g1AG2DlDaaQ&feature=related
Siamo di fronte ad una chiara finalità: l'europa ha bisogno di crisi, di grosse crisi per spingere le popolazioni a dare sempre più ampie parti - lui le chiama "cessioni" - della loro sovranità.
Abbiamo bisogno delle crisi, ma quando le crisi spariscono, rimane un sedimento (leggi e quant'altro) per cui il cambiamento non è reversibile ed è accettato perché c'è la crisi a cui far fronte.
Allora? Questa crisi è reale o è totalmente inventata? Tutto quello che si dice e si è detto sulla crisi economica, è fatto vero, siamo state e stati vittime di una ulteriore menzogna?
Ma, anche volendo tralasciare questo aspetto non secondario, la questione è su cosa stanno agendo queste "cessioni" di cui il Primo Ministro Italiano sta parlando? Bene, tali cessioni si configurano in primo luogo nella restrizione e nella limitazione del diritto della persona! La persona apertamente e dichiaratamente non è più ritenuta e considerata "cittadino" o "cittadina", ma solo componente e facente parte di un popolo che deve rinunciare con il consenso forzato da una finzione, al proprio diritto e ridurre se stessa a suddito di un potere sovrano di soggetti eletti da comitati, lobby ed associazioni segrete che vogliono fare il bello ed il cattivo tempo sulle nostre esistenze!
Da dove sono partiti? Semplicemente da renderci confuse e confusi sul significato della politica. Oggi la maggioranza delle persone confonde la politica con l'attività di partito e dei propri dirigenti. Fra l'altro questa confusione, che ha avuto come massimo artefice Berlusconi e compagnia, ha reso la politica un qualcosa di estraneo alla quotidianità delle persone, le quali non sanno più distinguere uno slogan, un'azione di marketing, da un programma politico, da una idea ed un progetto politico. Questo ha portato le persone a non avere più capacità critica, ma piuttosto di accovacciarsi nel proprio ristretto guscio a tentare di conservare quel nulla che ha, nella convinzione che quel nulla possa essere veramente qualcosa.
E noi cosa stiamo a fare? Quando smetteremo di giocare ai demagoghi e ci metteremo noi per primi a fare politica seriamente? A costruire prima di tutto un tavolo di discussione, di ragionamento, di riflessione di informazione?
QUando?
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lunedì 2 gennaio 2012
Si riparte dal diritto
Prendendo spunto dalla riflessione personale fatta da Fabianna Tozzi (http://www.fabiannatozzi.it/), nel suo blog, vorrei tentare di sviluppare un ragionamento in merito alla centralità del Diritto e, conseguentemente, al senso dell'attività all'interno di una associazione o gruppo politico o quant'altro.
La prima cosa che tenderei a sottolineare è il concetto contenuto in una vecchia frase, ovvero: “la forza di una catena è determinata dall'anello più debole”. Tecnicamente si chiama “punto di rottura” ed è il parametro sulla base del quale si calcolano tante cose, anche direttamente inerenti alla quotidianità delle persone. Il punto di rottura di un trave, di un attrezzo, di un materiale ed anche il punto di rottura di una società. Non a caso la frase riportata è riferita proprio alla società, che in quel contesto veniva paragonata ad una catena dove ogni anello, pur nella sua possibilità di potersi muovere, è comunque strettamente correlato a tutti gli altri anelli, i quali gli determinano la possibilità di movimento autonomo, così come è determinano dal movimento complessivo di tutti gli anelli. Una catena, insomma, nella quale ogni individuo rappresenta un anello, e la sua forza è determinante nello stabilire la forza complessiva della catena stessa. Gli esempi ed i richiami potrebbero essere molti, e tutti sono finalizzati a focalizzare con chiarezza che un qualsiasi gruppo, struttura, materiale è determinato e calcolato proprio sulla base del suo “punto di rottura”.
La nostra società, ma tutto il sistema nel quale viviamo, sembra essersi dimenticata di questa semplice e fondamentale regoletta che interessa ogni aspetto del sapere umano ed ogni aspetto della esistenza delle persone, e questo lo si vede nello sviluppo delle politiche economiche, sociali e culturali del nostro paese, così come lo si vede con maggiore evidenza nelle politiche internazionali che hanno la pretesa di gestire la globalità. La parte più debole non viene riconosciuta e, quindi, tanto meno presa in considerazione. Invece di partire dalla dimensione più debole, questa la si considera come un peso morto ed un impedimento allo sviluppo sociale, economico e culturale da parte di chi pensa ed organizza la politica.
In considerazione di quanto brevemente sopra accennato concettualmente, l'attività politica di una persona (o più persone) che si può esprimere nell'ambito associazionistico, partitico o economico produttivo e di servizi e che vuole tener presente questa semplice regoletta del punto di rottura sociale, si trova nella necessità di individuare quale sia (o quali siano) il punto di rottura della nostra società, ovvero qual è l'anello debole, qual è la realtà di persone che in questo dato contesto sociale, politico, economico e culturale si trovano in una condizione di profonda e radicale debolezza.
Nel 1800 e gran parte del 1900 la parte debole socialmente fu individuata nel proletariato urbano. Ci sarebbe da discutere non poco su questa scelta storica, non tanto per discutere quella scelta in sé, quanto piuttosto per comprendere quali furono i limiti che tale scelta comportò. In primo luogo c'è da evidenziare che tale scelta focalizzò l'attenzione solo su un aspetto – per quanto di maggiore evidenza e più facilmente organizzabile – e che era anche determinato dall'orientamento economico che stava sviluppando ed espandendo la concezione industriale, pretendendo di imporla su ogni piano produttivo ed economico. In questo contesto concettuale che storicamente voleva imporsi (e si è imposto), fu sostanzialmente ignorato il proletariato agreste, legato alla economia agro-zootecnica che, nei fatti, rappresenta economicamente il settore primario. Tutta l'attività politica, sociale, culturale ed economica fu centrata sulla classe operaia che aveva il suo centro ed il suo riferimento nell'industria nascente, ma questa impostazione ha determinato degli scompensi di cui noi ancora oggi paghiamo le conseguenze. Solo a titolo di richiamo si possono citare l'urbanizzazione forzata di grandi masse di persone, l'esplosione di una edilizia arruffata e di pessimo valore con la conseguente perdita di strutturazioni adeguate e ragionate dell'urbanistica, ed uno spaventoso ritardo nello sviluppo della zootecnica e dell'agricoltura sul piano sociale e culturale.
Nella seconda metà del 1900 emergono con forza i movimenti di liberazione, a partire dal movimento di liberazione delle persone nere degli USA capitanate dal loro leader Martin Luther King. Tali movimenti di liberazione nascono in prevalenza nell'ambito urbano ed industrializzato, anche se negli anni 1970 ci fu la nascita di movimenti di liberazione che presero le mosse dalla organizzazione delle zone rurali abbandonate dalla politica in una spaventosa povertà economica, sociale e culturale.
Tali movimenti ebbero il pregio di focalizzare aspetti diversi da quello meramente economico della debolezza sociale, ponendo all'attenzione la questione del diritto della persona come fattore primario di rivendicazione. Chiaramente non trovarono da subito accoglienza presso le centrali organizzative del sistema sociale che, invece, riteneva che il fattore primario di rivendicazione fosse quello economico. Ancora oggi possiamo vedere come questo aspetto di non ritenere fondamentale e primario il diritto , ma di focalizzare ancora tutto sulla base della rivendicazione economica, non solo è presente ma oggi manifesta tutta la sua deteriore azione di rivendicazione e di emancipazione della società dal proprio stato di debolezza.
All'inizio degli anni 2000 e seguenti noi ci troviamo ancora posti in questa situazione, dove la politica e l'attività politica continua a ritenere fondativa e primaria la questione economica, quindi rimanendo sorda alla rivendicazione del diritto della persona come fondamentale per ogni ulteriore emancipazione della società. Tale sordità non si ha solo nelle categorie di persone che possono essere definite “classe dirigente” del paese, ma è fortemente presente anche e soprattutto in quegli ambiti in cui la precarietà, la disoccupazione, la destabilizzazione economica cerca di organizzarsi in strutture di rivendicazione e di lotta. Per semplificare si può dire che ancora oggi la questione del salario prevale sulla rivendicazione del diritto, per tanto si perpetua quell'errore di fondo di impostazione dato a partire dal 1800. Ancora si pensa in termini di liberalismo o di statalismo, come se nella realtà attuale sia ancora possibile pensare in queste categorie, come se le persone fossero determinate e catalogabili esclusivamente dal punto di vista economico. Ancora il punto di riferimento per le analisi sociali e politiche è il PIL, il quale ancora è determinato sulla base della produttività di un paese.
Fattore di debolezza proprio dei movimenti di liberazione è che anche loro non hanno saputo staccarsi da questa visione economica, non hanno saputo costruire un pensiero ed una azione che fosse effettivamente centrata sul Diritto della persona, che avesse come fuoco primario la persona in tutta la sua completezza.
Ritengo che sia giunto il momento che è necessario dare una reale svolta a tutto il sistema di rivendicazione e di progettazione della società nel suo insieme. C'è bisogno di fare un reale salto di mentalità, una emancipazione culturale da una serie di vincoli e di limiti che ci portiamo dietro dalla nostra stessa storia di persone occidentali e condizionate negativamente da un pensiero religioso che, solo formalmente, si richiama al pensiero cristiano.
Ritengo che siano fondamentali i seguenti punti di riflessione, sui quali – quanto meno – avviare un dialogo ed un approfondimento:
L'economia è un fattore importante, ma non il più importante. L'economia, intesa come finanza, quindi come circolazione del denaro e dei beni correlati, fa parte della struttura stessa sulla quale si può fondare il piano sociale, ma essa ha una importanza pari a quella della politica, della socialità e della cultura. Va sostanzialmente ridimensionata nella sua importanza e ridargli quel suo ruolo fondamentale di strumento di valutazione e di passaggio dei beni. Sicuramente è da rivalutare fondamentalmente il significato stesso del denaro, della sua produzione e della sua finalità, di chi siano i legittimi proprietari del denaro.
Il PIL va, di conseguenza, ripensato nei suoi parametri, e sostanzialmente deve essere ridotta l'importanza della produzione in sé, la quale deve essere valutata in termini effettivi di produzione di ricchezza, e non di produzione di materiale. Ci si deve rendere conto che la produzione non può crescere all'infinito e che comunque questa è finalizzata alla ricchezza e non il contrario. Il Prodotto Interno Lordo deve prendere in considerazione anche la capacità di risparmio e di virtuosità della popolazione, ovvero quanto è capace di risparmiare, di tagliare il superfluo, di recuperare e riciclare quanto è già stato prodotto, quanto è capace di far crescere la capacità di acquisto del proprio denaro, quanto è capace di investire in prospettiva, ovvero in cultura, arte e socialità, ovvero di quanto è capace di investire sulla persona e sullo sviluppo del proprio diritto.
La persona deve essere posta la centro dell'analisi complessiva della realtà sociale. L'emancipazione della persona, la sua capacità critica, la sua capacità di valutazione è determinata e incrementata da una sua profonda crescita culturale, di conoscenza dell'arte, della letteratura, della musica. Questo consente alla persona di poter sviluppare idee, progetti, di essere creativa sul piano delle proprie attività, di produrre ricchezza e crescita, di trovare soluzioni e di inventare nuove possibilità. Una società aperta, che accoglie e raccoglie, che si alimenta della diversità, che si nutre del dialogo con ciò che è da lei diversa, perché gli allarga i confini della mente, gli apre nuove prospettive. Una società che ha la persona come centro fondamentale della sua azione e riflessione, è una società che cerca e persegue il benessere della persona in ogni aspetto e che si libera dal senso di colpa, che si libera dalla tutela di qualcuno, per esserci finalmente e pienamente.
Una politica che è centrata sulla persona è una politica che ha come presupposto il Diritto della persona, cioè quello che è costitutivo della persona stessa. Il diritto non è qualcosa di casuale o di arbitrario, ma è ciò che fondativo della persona nella sua interezza che riguarda il suo esserci pienamente, non il suo fare! Il diritto non è nel fare, ma nell'essere, e la politica deve tener conto di questo aspetto fondativo, deve diventare la sua linea guida fondamentale.
La cultura, l'arte, la fauna e la flora di un territorio, la conservazione e la cura del territorio sono elementi normativi nella logica di strutturazione di una società. Se la persona è al centro, al centro della riflessione e della progettazione c'è anche l'ambiente nel quale la persona vive. Non è vivibile la periferia di ogni città, non è più vivibile il centro di ogni città, perché si è persa la centralità della persona per dare spazio ad altro che vede la persona solo come mero strumento o come mercato. La cultura è dare spazio alla mente, dare input, dare senso e sensibilità, attenzione e ragionamento, percezione e pensiero. La cultura è dare struttura alla propria società e renderla ricca di tutte quelle potenzialità che il contesto ambientale e storico presentano.
Si deve ripartire da quello che fu messo in evidenza dai primi movimenti di liberazione della seconda metà del 1900, ma appunto reimpostandoli su una visione più ampia che è quella del diritto della persona è non la frammentazione di una massa informe di singole rivendicazioni. Ci si deve chiedere chi prende in mano il testimone del movimento di liberazione dei neri degli USA, tenendo conto che la sua forza e la sua capacità di saper aggregare neri e bianchi e di conquistare i diritti per tutti! L'emancipazione legale delle persone nere implicava anche l'emancipazione legale delle persone bianche, la liberazione dalla segregazione era libertà per entrambe. Si deve ricordare quanto era detto, predicato ed enunciato e portato avanti da Martin Luther King, ovvero che la lotta era verso la realizzazione di quel “sogno” dove tutti insieme si costituisce una società libera, a prescindere dal genere, dal colore della pelle, dal proprio censo eccetera. Si, quanto è già definito ed enunciato nell'art. 3 della Costituzione, ma che non ha mai visto la luce realmente nella strutturazione della società.
La scommessa di questi tempi è quella di impostare e far crescere una realtà, associativa o partitica o semplicemente politica, proprio su questi presupposti, poiché è fondamentale e strutturale che le persone che si riconoscono in una diversa impostazione trovino il modo e le modalità per creare i presupposti di un modo di agire e di fare politica che sia capace di incidere realmente sul piano culturale, sociale, economico e politico. Ritengo che questo sia il compito primario delle associazioni e dei movimenti nella loro specificità. Infatti se le associazioni hanno delle finalità aggregative e di azione sul territorio, poiché sono tese a raccogliere territorialmente le forze e le intelligenze che a queste finalità si vogliono dedicare, i movimenti hanno un ruolo politico di elaborazione e di proposizione a livello più ampio territorialmente di quelle istanze comuni fra tutte le associazioni o gruppi che vi aderiscono.
L'Associazione ha finalità specifiche e si muove territorialmente su obiettivi concerti, finalizzati al contesto storico, culturale, sociale, politico ed economico nel quale è presente, ed in quanto tale raccoglie ed elabora l'insieme delle istanze e delle dialettiche che si vengono a sviluppare in quel determinato contesto, trasmettendole e rappresentandole al movimento che se ne fa interprete a livello generale ed in correlazione con le altre istanze, dialettiche sviluppate in altri contesti. Fare parte di una Associazione o creare una associazione dovrebbe avere questa finalità, dovrebbe poter essere luogo primario di analisi, proposta e discussione sulle tematiche relative al Diritto. L'associazione è il luogo primario di presenza, e questo è la storia stessa che ci racconta questo metodo. Tutte le realtà che hanno avuto sviluppo e portata a livello storico, soprattutto per i movimenti di liberazione, hanno avuto il loro luogo primario di partenza piccole realtà contestuali. Sempre prendendo ad esempio il movimento dei neri degli USA, esso si fondava ed aveva i suoi centri di discussione e di dialogo proprio nelle Comunità Battiste Nere distribuite su tutto il territorio. In queste comunità ecclesiali veniva discusso, organizzato, elaborato il programma, la proposta che poi il movimento metteva in discussione su tutto il territorio nazionale. Ma il movimento – Martin Luther King – non era altro che il portatore di quelle istanze, che elaborava e strutturava politicamente.
Oggi noi dobbiamo riprendere la discussione a livello locale, riprendere a dialogare con il contesto sociale locale, porsi di fronte alla società con la quale siamo direttamente in contatto, per proporre e per recepire da loro, per poter elaborare insieme quanto è contestualmente vero. Dobbiamo organizzarci localmente nelle nostre specifiche senza più avere riferimenti ideologici a leader di qualsiasi tipo e natura. Chi verrà individuato come leader pubblico non sarà perché ha una sua idea ed una sua linea, ma perché capace di dare corpo e di sintetizzare strutturalmente l'insieme delle istanze che provengono da ogni situazione territoriale.
Si devono creare tante, tante associazioni; si devono moltiplicare i luoghi di discussione reale, si deve produrre discussione, pensiero, dialettica; si deve riprendere la modalità di aggregarci e di imparare a lavorare insieme; si deve imparare a capire di fare parte di un insieme che si riconosce sulla base di presupposti specifici. Le comunità Battiste nere degli USA non si riconobbero né nella caratteristica della loro fede, né nel colore della loro pelle, ma nel comune desiderio e volontà di aprire al diritto e di rendere il diritto aperto e libero. Questo portò le singole persone a lottare con determinazione per una causa comune, perché ciò che univa la persona della chiesa dell'Alabama con quella di Atlanta era il comune desiderio e volontà di aprire il diritto ad ogni persona a prescindere dal sesso, genere, colore della pelle, pensiero, fede eccetera.
Questo è il mio pensiero per questo inizio di anno.
Darianna Saccomani
La prima cosa che tenderei a sottolineare è il concetto contenuto in una vecchia frase, ovvero: “la forza di una catena è determinata dall'anello più debole”. Tecnicamente si chiama “punto di rottura” ed è il parametro sulla base del quale si calcolano tante cose, anche direttamente inerenti alla quotidianità delle persone. Il punto di rottura di un trave, di un attrezzo, di un materiale ed anche il punto di rottura di una società. Non a caso la frase riportata è riferita proprio alla società, che in quel contesto veniva paragonata ad una catena dove ogni anello, pur nella sua possibilità di potersi muovere, è comunque strettamente correlato a tutti gli altri anelli, i quali gli determinano la possibilità di movimento autonomo, così come è determinano dal movimento complessivo di tutti gli anelli. Una catena, insomma, nella quale ogni individuo rappresenta un anello, e la sua forza è determinante nello stabilire la forza complessiva della catena stessa. Gli esempi ed i richiami potrebbero essere molti, e tutti sono finalizzati a focalizzare con chiarezza che un qualsiasi gruppo, struttura, materiale è determinato e calcolato proprio sulla base del suo “punto di rottura”.
La nostra società, ma tutto il sistema nel quale viviamo, sembra essersi dimenticata di questa semplice e fondamentale regoletta che interessa ogni aspetto del sapere umano ed ogni aspetto della esistenza delle persone, e questo lo si vede nello sviluppo delle politiche economiche, sociali e culturali del nostro paese, così come lo si vede con maggiore evidenza nelle politiche internazionali che hanno la pretesa di gestire la globalità. La parte più debole non viene riconosciuta e, quindi, tanto meno presa in considerazione. Invece di partire dalla dimensione più debole, questa la si considera come un peso morto ed un impedimento allo sviluppo sociale, economico e culturale da parte di chi pensa ed organizza la politica.
In considerazione di quanto brevemente sopra accennato concettualmente, l'attività politica di una persona (o più persone) che si può esprimere nell'ambito associazionistico, partitico o economico produttivo e di servizi e che vuole tener presente questa semplice regoletta del punto di rottura sociale, si trova nella necessità di individuare quale sia (o quali siano) il punto di rottura della nostra società, ovvero qual è l'anello debole, qual è la realtà di persone che in questo dato contesto sociale, politico, economico e culturale si trovano in una condizione di profonda e radicale debolezza.
Nel 1800 e gran parte del 1900 la parte debole socialmente fu individuata nel proletariato urbano. Ci sarebbe da discutere non poco su questa scelta storica, non tanto per discutere quella scelta in sé, quanto piuttosto per comprendere quali furono i limiti che tale scelta comportò. In primo luogo c'è da evidenziare che tale scelta focalizzò l'attenzione solo su un aspetto – per quanto di maggiore evidenza e più facilmente organizzabile – e che era anche determinato dall'orientamento economico che stava sviluppando ed espandendo la concezione industriale, pretendendo di imporla su ogni piano produttivo ed economico. In questo contesto concettuale che storicamente voleva imporsi (e si è imposto), fu sostanzialmente ignorato il proletariato agreste, legato alla economia agro-zootecnica che, nei fatti, rappresenta economicamente il settore primario. Tutta l'attività politica, sociale, culturale ed economica fu centrata sulla classe operaia che aveva il suo centro ed il suo riferimento nell'industria nascente, ma questa impostazione ha determinato degli scompensi di cui noi ancora oggi paghiamo le conseguenze. Solo a titolo di richiamo si possono citare l'urbanizzazione forzata di grandi masse di persone, l'esplosione di una edilizia arruffata e di pessimo valore con la conseguente perdita di strutturazioni adeguate e ragionate dell'urbanistica, ed uno spaventoso ritardo nello sviluppo della zootecnica e dell'agricoltura sul piano sociale e culturale.
Nella seconda metà del 1900 emergono con forza i movimenti di liberazione, a partire dal movimento di liberazione delle persone nere degli USA capitanate dal loro leader Martin Luther King. Tali movimenti di liberazione nascono in prevalenza nell'ambito urbano ed industrializzato, anche se negli anni 1970 ci fu la nascita di movimenti di liberazione che presero le mosse dalla organizzazione delle zone rurali abbandonate dalla politica in una spaventosa povertà economica, sociale e culturale.
Tali movimenti ebbero il pregio di focalizzare aspetti diversi da quello meramente economico della debolezza sociale, ponendo all'attenzione la questione del diritto della persona come fattore primario di rivendicazione. Chiaramente non trovarono da subito accoglienza presso le centrali organizzative del sistema sociale che, invece, riteneva che il fattore primario di rivendicazione fosse quello economico. Ancora oggi possiamo vedere come questo aspetto di non ritenere fondamentale e primario il diritto , ma di focalizzare ancora tutto sulla base della rivendicazione economica, non solo è presente ma oggi manifesta tutta la sua deteriore azione di rivendicazione e di emancipazione della società dal proprio stato di debolezza.
All'inizio degli anni 2000 e seguenti noi ci troviamo ancora posti in questa situazione, dove la politica e l'attività politica continua a ritenere fondativa e primaria la questione economica, quindi rimanendo sorda alla rivendicazione del diritto della persona come fondamentale per ogni ulteriore emancipazione della società. Tale sordità non si ha solo nelle categorie di persone che possono essere definite “classe dirigente” del paese, ma è fortemente presente anche e soprattutto in quegli ambiti in cui la precarietà, la disoccupazione, la destabilizzazione economica cerca di organizzarsi in strutture di rivendicazione e di lotta. Per semplificare si può dire che ancora oggi la questione del salario prevale sulla rivendicazione del diritto, per tanto si perpetua quell'errore di fondo di impostazione dato a partire dal 1800. Ancora si pensa in termini di liberalismo o di statalismo, come se nella realtà attuale sia ancora possibile pensare in queste categorie, come se le persone fossero determinate e catalogabili esclusivamente dal punto di vista economico. Ancora il punto di riferimento per le analisi sociali e politiche è il PIL, il quale ancora è determinato sulla base della produttività di un paese.
Fattore di debolezza proprio dei movimenti di liberazione è che anche loro non hanno saputo staccarsi da questa visione economica, non hanno saputo costruire un pensiero ed una azione che fosse effettivamente centrata sul Diritto della persona, che avesse come fuoco primario la persona in tutta la sua completezza.
Ritengo che sia giunto il momento che è necessario dare una reale svolta a tutto il sistema di rivendicazione e di progettazione della società nel suo insieme. C'è bisogno di fare un reale salto di mentalità, una emancipazione culturale da una serie di vincoli e di limiti che ci portiamo dietro dalla nostra stessa storia di persone occidentali e condizionate negativamente da un pensiero religioso che, solo formalmente, si richiama al pensiero cristiano.
Ritengo che siano fondamentali i seguenti punti di riflessione, sui quali – quanto meno – avviare un dialogo ed un approfondimento:
L'economia è un fattore importante, ma non il più importante. L'economia, intesa come finanza, quindi come circolazione del denaro e dei beni correlati, fa parte della struttura stessa sulla quale si può fondare il piano sociale, ma essa ha una importanza pari a quella della politica, della socialità e della cultura. Va sostanzialmente ridimensionata nella sua importanza e ridargli quel suo ruolo fondamentale di strumento di valutazione e di passaggio dei beni. Sicuramente è da rivalutare fondamentalmente il significato stesso del denaro, della sua produzione e della sua finalità, di chi siano i legittimi proprietari del denaro.
Il PIL va, di conseguenza, ripensato nei suoi parametri, e sostanzialmente deve essere ridotta l'importanza della produzione in sé, la quale deve essere valutata in termini effettivi di produzione di ricchezza, e non di produzione di materiale. Ci si deve rendere conto che la produzione non può crescere all'infinito e che comunque questa è finalizzata alla ricchezza e non il contrario. Il Prodotto Interno Lordo deve prendere in considerazione anche la capacità di risparmio e di virtuosità della popolazione, ovvero quanto è capace di risparmiare, di tagliare il superfluo, di recuperare e riciclare quanto è già stato prodotto, quanto è capace di far crescere la capacità di acquisto del proprio denaro, quanto è capace di investire in prospettiva, ovvero in cultura, arte e socialità, ovvero di quanto è capace di investire sulla persona e sullo sviluppo del proprio diritto.
La persona deve essere posta la centro dell'analisi complessiva della realtà sociale. L'emancipazione della persona, la sua capacità critica, la sua capacità di valutazione è determinata e incrementata da una sua profonda crescita culturale, di conoscenza dell'arte, della letteratura, della musica. Questo consente alla persona di poter sviluppare idee, progetti, di essere creativa sul piano delle proprie attività, di produrre ricchezza e crescita, di trovare soluzioni e di inventare nuove possibilità. Una società aperta, che accoglie e raccoglie, che si alimenta della diversità, che si nutre del dialogo con ciò che è da lei diversa, perché gli allarga i confini della mente, gli apre nuove prospettive. Una società che ha la persona come centro fondamentale della sua azione e riflessione, è una società che cerca e persegue il benessere della persona in ogni aspetto e che si libera dal senso di colpa, che si libera dalla tutela di qualcuno, per esserci finalmente e pienamente.
Una politica che è centrata sulla persona è una politica che ha come presupposto il Diritto della persona, cioè quello che è costitutivo della persona stessa. Il diritto non è qualcosa di casuale o di arbitrario, ma è ciò che fondativo della persona nella sua interezza che riguarda il suo esserci pienamente, non il suo fare! Il diritto non è nel fare, ma nell'essere, e la politica deve tener conto di questo aspetto fondativo, deve diventare la sua linea guida fondamentale.
La cultura, l'arte, la fauna e la flora di un territorio, la conservazione e la cura del territorio sono elementi normativi nella logica di strutturazione di una società. Se la persona è al centro, al centro della riflessione e della progettazione c'è anche l'ambiente nel quale la persona vive. Non è vivibile la periferia di ogni città, non è più vivibile il centro di ogni città, perché si è persa la centralità della persona per dare spazio ad altro che vede la persona solo come mero strumento o come mercato. La cultura è dare spazio alla mente, dare input, dare senso e sensibilità, attenzione e ragionamento, percezione e pensiero. La cultura è dare struttura alla propria società e renderla ricca di tutte quelle potenzialità che il contesto ambientale e storico presentano.
Si deve ripartire da quello che fu messo in evidenza dai primi movimenti di liberazione della seconda metà del 1900, ma appunto reimpostandoli su una visione più ampia che è quella del diritto della persona è non la frammentazione di una massa informe di singole rivendicazioni. Ci si deve chiedere chi prende in mano il testimone del movimento di liberazione dei neri degli USA, tenendo conto che la sua forza e la sua capacità di saper aggregare neri e bianchi e di conquistare i diritti per tutti! L'emancipazione legale delle persone nere implicava anche l'emancipazione legale delle persone bianche, la liberazione dalla segregazione era libertà per entrambe. Si deve ricordare quanto era detto, predicato ed enunciato e portato avanti da Martin Luther King, ovvero che la lotta era verso la realizzazione di quel “sogno” dove tutti insieme si costituisce una società libera, a prescindere dal genere, dal colore della pelle, dal proprio censo eccetera. Si, quanto è già definito ed enunciato nell'art. 3 della Costituzione, ma che non ha mai visto la luce realmente nella strutturazione della società.
La scommessa di questi tempi è quella di impostare e far crescere una realtà, associativa o partitica o semplicemente politica, proprio su questi presupposti, poiché è fondamentale e strutturale che le persone che si riconoscono in una diversa impostazione trovino il modo e le modalità per creare i presupposti di un modo di agire e di fare politica che sia capace di incidere realmente sul piano culturale, sociale, economico e politico. Ritengo che questo sia il compito primario delle associazioni e dei movimenti nella loro specificità. Infatti se le associazioni hanno delle finalità aggregative e di azione sul territorio, poiché sono tese a raccogliere territorialmente le forze e le intelligenze che a queste finalità si vogliono dedicare, i movimenti hanno un ruolo politico di elaborazione e di proposizione a livello più ampio territorialmente di quelle istanze comuni fra tutte le associazioni o gruppi che vi aderiscono.
L'Associazione ha finalità specifiche e si muove territorialmente su obiettivi concerti, finalizzati al contesto storico, culturale, sociale, politico ed economico nel quale è presente, ed in quanto tale raccoglie ed elabora l'insieme delle istanze e delle dialettiche che si vengono a sviluppare in quel determinato contesto, trasmettendole e rappresentandole al movimento che se ne fa interprete a livello generale ed in correlazione con le altre istanze, dialettiche sviluppate in altri contesti. Fare parte di una Associazione o creare una associazione dovrebbe avere questa finalità, dovrebbe poter essere luogo primario di analisi, proposta e discussione sulle tematiche relative al Diritto. L'associazione è il luogo primario di presenza, e questo è la storia stessa che ci racconta questo metodo. Tutte le realtà che hanno avuto sviluppo e portata a livello storico, soprattutto per i movimenti di liberazione, hanno avuto il loro luogo primario di partenza piccole realtà contestuali. Sempre prendendo ad esempio il movimento dei neri degli USA, esso si fondava ed aveva i suoi centri di discussione e di dialogo proprio nelle Comunità Battiste Nere distribuite su tutto il territorio. In queste comunità ecclesiali veniva discusso, organizzato, elaborato il programma, la proposta che poi il movimento metteva in discussione su tutto il territorio nazionale. Ma il movimento – Martin Luther King – non era altro che il portatore di quelle istanze, che elaborava e strutturava politicamente.
Oggi noi dobbiamo riprendere la discussione a livello locale, riprendere a dialogare con il contesto sociale locale, porsi di fronte alla società con la quale siamo direttamente in contatto, per proporre e per recepire da loro, per poter elaborare insieme quanto è contestualmente vero. Dobbiamo organizzarci localmente nelle nostre specifiche senza più avere riferimenti ideologici a leader di qualsiasi tipo e natura. Chi verrà individuato come leader pubblico non sarà perché ha una sua idea ed una sua linea, ma perché capace di dare corpo e di sintetizzare strutturalmente l'insieme delle istanze che provengono da ogni situazione territoriale.
Si devono creare tante, tante associazioni; si devono moltiplicare i luoghi di discussione reale, si deve produrre discussione, pensiero, dialettica; si deve riprendere la modalità di aggregarci e di imparare a lavorare insieme; si deve imparare a capire di fare parte di un insieme che si riconosce sulla base di presupposti specifici. Le comunità Battiste nere degli USA non si riconobbero né nella caratteristica della loro fede, né nel colore della loro pelle, ma nel comune desiderio e volontà di aprire al diritto e di rendere il diritto aperto e libero. Questo portò le singole persone a lottare con determinazione per una causa comune, perché ciò che univa la persona della chiesa dell'Alabama con quella di Atlanta era il comune desiderio e volontà di aprire il diritto ad ogni persona a prescindere dal sesso, genere, colore della pelle, pensiero, fede eccetera.
Questo è il mio pensiero per questo inizio di anno.
Darianna Saccomani
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domenica 6 novembre 2011
L'urgenza di fare politica
Il Paese Italia è di fronte ad una delle più grosse crisi strutturali della sua storia, ed eccetto poche eccezioni, la sensazione è che nessuno ci stia ponendo mente in modo serio, organi e strutturale. Il paese va alla deriva, sfaldandosi socialmente, culturalmente, politicamente e finanziariamente, ma tutto questo sembra non essere al primo punto dell'agenda politica sia della maggioranza che dell'opposizione.
Ma sul serio crediamo che il vero problema di tutta questa situazione sia Berlusconi? Indubbiamente Silvio Berlusconi fa parte del problema, ed i quanto primo ministro ritengo debba avere quel minimo di responsabilità di comprendere istituzionalmente che è arrivato il momento di passare la mano. Dobbiamo dirlo con chiarezza che il problema reale è che l'economia reale, quella di chi tutti i giorni lavora, di chi tutti i giorni va a fare la spesa, è stata annullata e svalutata all'infinito dall'economia virtuale, la quale da economia di supporto è diventata luogo di speculazione mediante la quale per la ricchezza (forse) di qualcuno si affamano intere popolazioni, si distruggono economie, si rende senza valore il quotidiano di ogni persona, ciò che effettivamente conta.
Chi vive nel quotidiano, ovvero vive la realtà del Paese, invoca che si prendano provvedimenti! Coloro che si trovano nella “cabina di comando” hanno la responsabilità di assumere decisioni chiare, hanno la responsabilità di trovare soluzioni e di coordinarsi con l'opposizione per la ricerca del bene del Paese.
Tutto questo, che dovrebbe caratterizzare una classe dirigente di un paese, oggi in Italia è del tutto assente, e le poche voci – come quelle del Partito Radicale – che cercano di alzarsi e di richiamare alla legalità ed alla responsabilità, non sono ascoltate se non denigrate e preventivamente demonizzate sia da una parte che dall'altra.
Agli occhi di chi si è posta ad osservare quanto accadeva, nella speranza di trovare una sua collocazione, sembra che ci sia stata quasi una regia per portare il Paese ad uno stato di totale incapacità di agire, ad una progressiva delegittimazione della politica. Una regia che ha costruito – a negli anni fra il 1990 ed il 2000 – un progressivo decadimento culturale e sociale, ad una progressiva ignoranza del senso (da sempre scarso in Italia) dello Stato. Ma fino a quando questo scarso senso dello Stato era appannaggio di un segmento della società, controbilanciato da istituzioni autorevoli e da una classe dirigente del paese che – per quanto contestabile – era autorevole!
Cosa era ancora chiaro prima degli anni 1990? Cosa era ancora condiviso nello Stato? Per quanto molto indebolito, ma negli anni 1990 c'era ancora chiaro il Patto che aveva costituito lo Stato Italiano, ancora c'era la memoria di questo patto ed tale memoria era un deterrente notevole per la classe dirigente ad agire con cautela.
Ma la sensazione è che oggi non solo si è perso la consapevolezza del Patto sociale che costituiva lo Stato Italiano e, quindi, la portata e l'importanza normativa della Costituzione, ma si è persa anche la memoria di quel Patto, di cosa lo ha costituito, su cosa si fonda. E questa memoria non si è persa solo nell'ambito dei cittadini e delle cittadine sempre più prese a cercare di resistere in un contesto di disfacimento totale, ma si è perso anche in quella cosiddetta “società civile” in quegli ambiti culturali ed intellettuali che erano la punta di diamante della società, in quei movimenti che agivano e si battevano per l'affermazione del diritto integrale della persona.
Avvicinarsi a quegli ambienti è trovarsi di fronte ad ambiti introversi su se stessi ed incapaci di aprire lo sguardo, di assumere quel loro ruolo profetico nell'ambito di una società sempre più dormiente ed anestetizzata dai media e dal populismo dilagante.
Forse sono presuntuosa, ma il fatto di essere una persona transessuale mi rende più attenta a quanto sta accadendo o, semplicemente, proprio perché persona che ha la presunzione di avere un suo proprio pensiero, sento una profonda repulsione per ogni tipo di tifoseria da stadio su questioni che riguardano il bene comune dello Stato. Non nego l'importanza di ogni singola istanza che viene portata avanti, ma mi chiedo quale sia il senso di un portare avanti istanze in un contesto dove il patto sociale non esiste più, dove non c'è neanche più memoria di cosa sia fondativo, dove chi è al governo ha il pieno disprezzo dell'istituzione e delle regole, dove sembra vincere la logica del più furbo e del più arrogante.
Voglio pensare ed agire politicamente, e per tanto rivendico questo MIO diritto di agire e pensare politicamente, nella logica di un discorso politico e di una azione politica che sia autenticamente MIA. Sono stanca di dovermi adeguare a qualcosa che gira intorno a ciò che ritengo determinante e fondativo, sono stanca di discorsi demagogici che si riempiono di proclami ma che servono solo a nascondere il vuoto a perdere di posizioni! Sono stanca di essere considerata solo ed esclusivamente apparato votante di un sistema, perché io sono persona che produce, lavora e tenta con tutte le sue forze di dare il proprio contributo alla crescita di questo Paese, ed è stufa di vedersi tarpata, tartassata di tasse, vessata da apparti di Stato che diventano aguzzini applicatori di leggi e norme ingiuste. Sono stanca di dover sottostare a giochi iniqui determinati da un sistema assoggettato agli interessi di banche e di speculatori che ci vogliono schiavizzare.
Voglio ripartire dalla Costituzione, da quel Patto fondativo dello Stato Italiano, perché io sono Italiana e MIA è questa terra e MIO è questo Stato, e non ho più alcuna intenzione di delegare ad altri le sorti di ciò che per diritto e di MIA competenza. Sono una cittadina e non ho alcuna intenzione di diventare suddita di qualcuno o di un gruppo di potere di cui non conosco le facce né le intenzioni. Sono anche stufa di lamentarmi nel chiuso della mia cameretta o fra quattro amici, perché ritengo che sia arrivato il momento di agire, di riprendere in mano quel Patto e di affermarlo di fronte a chiunque lo voglia nascondere o dimenticare; siano questi i gruppi di potere, siano i governanti, sia la classe dirigente di questo Stato, sia l'Europa!
Se sono in Europa ci voglio essere come Italiana e, quindi, come chi ha dietro di sé un chiaro patto sociale sancito e stabilito dalla Costituzione Italiana. Ad oggi, ancora, non mi trovo di fronte ad un patto sociale che mi costituisce Europa, ma piuttosto mi trovo di fronte ad accordi fra poteri e banche, le quali non hanno ricevuto da me il consenso di gestirmi l'esistenza.
Si deve ri-fondare lo Stato! Parlo di “ri-fondare” perché sono convinta e persuasa che oggi si sia perso il fondamento, e ri-fondare lo Stato significa ri-stabilire il Patto fra cittadini e cittadine che costituiscono lo Stato. Proprio per questo mi chiedo da cosa nasce la nostra Costituzione, e devo ricordare che questa costituzione nasce dal vissuto e dall'esperienza e dalla cultura di persone che avevano vissuto sulla loro pelle la negazione totale di quanto è costitutivo del diritto della persona. Erano persone che uscivano, dopo un ventennio di dittatura e di totalitarismo, da una guerra sanguinosa e folle. Nasce da queste persone le quali avevano ben presente di salvaguardare per le generazioni future e di garantire nel tempo ogni aspetto facente parte del diritto costitutivo della persona.
Nel leggere la Costituzione emerge con chiarezza il patto costitutivo fra i cittadini e che aveva nello Stato quell'organo di servizio deputato a garantire che tale patto fosse mantenuto e rispettato. Proprio per questo i padri costituenti disegnano lo schema normativo sul quale doveva svilupparsi ogni tipo di politica e che tali politiche dovevano trovare la propria origine nel Patto che viene configurato proprio nel cosiddetto Stato Sociale.
Sono profondamente convinta che noi, oggi, non siamo chiamate e chiamati ad “inventarci” un nuovo paradigma di Stato Sociale, quanto piuttosto a rifondarlo su quei principi che costituiscono il fondamento del patto fra i cittadini che costituisce lo Stato, e che trova il suo punto di partenza proprio nella cultura del diritto della persona, poiché come persona collocata nella parte debole della società colgo nella Costituzione quei principi che mi comprendono e che danno senso per ogni persona al Patto Sociale costitutivo dello Stato, il quale si configura come patto fra cittadini e non fra uno Stato padrone ed i suoi sudditi.
Ora mi chiedo se ancora, in questo nostro Paese, c'è qualcuno che sente come prioritario il diritto della persona come elemento fondativo del patto costitutivo dello Stato Italiano.
Proprio per questo io pongo come prioritario il rifondare lo Stato Sociale poiché questo rappresenta il presupposto di ogni scelta ed azione politica, di ogni decisione governativa, di ogni trattativa e patto ulteriore fra gli Stati ed anche all'interno dell'Unione Europea.
Il superamento della crisi, quindi, si ha proprio a partire dal ricollocare nella chiarezza e nella piena condivisione quanto è determinato dal Patto Sociale che trova la sua esplicita traduzione nello Stato Sociale che rappresenta il reale e programmatico investimento per lo sviluppo e la crescita della società e dello Stato nel tempo.
Ma sul serio crediamo che il vero problema di tutta questa situazione sia Berlusconi? Indubbiamente Silvio Berlusconi fa parte del problema, ed i quanto primo ministro ritengo debba avere quel minimo di responsabilità di comprendere istituzionalmente che è arrivato il momento di passare la mano. Dobbiamo dirlo con chiarezza che il problema reale è che l'economia reale, quella di chi tutti i giorni lavora, di chi tutti i giorni va a fare la spesa, è stata annullata e svalutata all'infinito dall'economia virtuale, la quale da economia di supporto è diventata luogo di speculazione mediante la quale per la ricchezza (forse) di qualcuno si affamano intere popolazioni, si distruggono economie, si rende senza valore il quotidiano di ogni persona, ciò che effettivamente conta.
Chi vive nel quotidiano, ovvero vive la realtà del Paese, invoca che si prendano provvedimenti! Coloro che si trovano nella “cabina di comando” hanno la responsabilità di assumere decisioni chiare, hanno la responsabilità di trovare soluzioni e di coordinarsi con l'opposizione per la ricerca del bene del Paese.
Tutto questo, che dovrebbe caratterizzare una classe dirigente di un paese, oggi in Italia è del tutto assente, e le poche voci – come quelle del Partito Radicale – che cercano di alzarsi e di richiamare alla legalità ed alla responsabilità, non sono ascoltate se non denigrate e preventivamente demonizzate sia da una parte che dall'altra.
Agli occhi di chi si è posta ad osservare quanto accadeva, nella speranza di trovare una sua collocazione, sembra che ci sia stata quasi una regia per portare il Paese ad uno stato di totale incapacità di agire, ad una progressiva delegittimazione della politica. Una regia che ha costruito – a negli anni fra il 1990 ed il 2000 – un progressivo decadimento culturale e sociale, ad una progressiva ignoranza del senso (da sempre scarso in Italia) dello Stato. Ma fino a quando questo scarso senso dello Stato era appannaggio di un segmento della società, controbilanciato da istituzioni autorevoli e da una classe dirigente del paese che – per quanto contestabile – era autorevole!
Cosa era ancora chiaro prima degli anni 1990? Cosa era ancora condiviso nello Stato? Per quanto molto indebolito, ma negli anni 1990 c'era ancora chiaro il Patto che aveva costituito lo Stato Italiano, ancora c'era la memoria di questo patto ed tale memoria era un deterrente notevole per la classe dirigente ad agire con cautela.
Ma la sensazione è che oggi non solo si è perso la consapevolezza del Patto sociale che costituiva lo Stato Italiano e, quindi, la portata e l'importanza normativa della Costituzione, ma si è persa anche la memoria di quel Patto, di cosa lo ha costituito, su cosa si fonda. E questa memoria non si è persa solo nell'ambito dei cittadini e delle cittadine sempre più prese a cercare di resistere in un contesto di disfacimento totale, ma si è perso anche in quella cosiddetta “società civile” in quegli ambiti culturali ed intellettuali che erano la punta di diamante della società, in quei movimenti che agivano e si battevano per l'affermazione del diritto integrale della persona.
Avvicinarsi a quegli ambienti è trovarsi di fronte ad ambiti introversi su se stessi ed incapaci di aprire lo sguardo, di assumere quel loro ruolo profetico nell'ambito di una società sempre più dormiente ed anestetizzata dai media e dal populismo dilagante.
Forse sono presuntuosa, ma il fatto di essere una persona transessuale mi rende più attenta a quanto sta accadendo o, semplicemente, proprio perché persona che ha la presunzione di avere un suo proprio pensiero, sento una profonda repulsione per ogni tipo di tifoseria da stadio su questioni che riguardano il bene comune dello Stato. Non nego l'importanza di ogni singola istanza che viene portata avanti, ma mi chiedo quale sia il senso di un portare avanti istanze in un contesto dove il patto sociale non esiste più, dove non c'è neanche più memoria di cosa sia fondativo, dove chi è al governo ha il pieno disprezzo dell'istituzione e delle regole, dove sembra vincere la logica del più furbo e del più arrogante.
Voglio pensare ed agire politicamente, e per tanto rivendico questo MIO diritto di agire e pensare politicamente, nella logica di un discorso politico e di una azione politica che sia autenticamente MIA. Sono stanca di dovermi adeguare a qualcosa che gira intorno a ciò che ritengo determinante e fondativo, sono stanca di discorsi demagogici che si riempiono di proclami ma che servono solo a nascondere il vuoto a perdere di posizioni! Sono stanca di essere considerata solo ed esclusivamente apparato votante di un sistema, perché io sono persona che produce, lavora e tenta con tutte le sue forze di dare il proprio contributo alla crescita di questo Paese, ed è stufa di vedersi tarpata, tartassata di tasse, vessata da apparti di Stato che diventano aguzzini applicatori di leggi e norme ingiuste. Sono stanca di dover sottostare a giochi iniqui determinati da un sistema assoggettato agli interessi di banche e di speculatori che ci vogliono schiavizzare.
Voglio ripartire dalla Costituzione, da quel Patto fondativo dello Stato Italiano, perché io sono Italiana e MIA è questa terra e MIO è questo Stato, e non ho più alcuna intenzione di delegare ad altri le sorti di ciò che per diritto e di MIA competenza. Sono una cittadina e non ho alcuna intenzione di diventare suddita di qualcuno o di un gruppo di potere di cui non conosco le facce né le intenzioni. Sono anche stufa di lamentarmi nel chiuso della mia cameretta o fra quattro amici, perché ritengo che sia arrivato il momento di agire, di riprendere in mano quel Patto e di affermarlo di fronte a chiunque lo voglia nascondere o dimenticare; siano questi i gruppi di potere, siano i governanti, sia la classe dirigente di questo Stato, sia l'Europa!
Se sono in Europa ci voglio essere come Italiana e, quindi, come chi ha dietro di sé un chiaro patto sociale sancito e stabilito dalla Costituzione Italiana. Ad oggi, ancora, non mi trovo di fronte ad un patto sociale che mi costituisce Europa, ma piuttosto mi trovo di fronte ad accordi fra poteri e banche, le quali non hanno ricevuto da me il consenso di gestirmi l'esistenza.
Si deve ri-fondare lo Stato! Parlo di “ri-fondare” perché sono convinta e persuasa che oggi si sia perso il fondamento, e ri-fondare lo Stato significa ri-stabilire il Patto fra cittadini e cittadine che costituiscono lo Stato. Proprio per questo mi chiedo da cosa nasce la nostra Costituzione, e devo ricordare che questa costituzione nasce dal vissuto e dall'esperienza e dalla cultura di persone che avevano vissuto sulla loro pelle la negazione totale di quanto è costitutivo del diritto della persona. Erano persone che uscivano, dopo un ventennio di dittatura e di totalitarismo, da una guerra sanguinosa e folle. Nasce da queste persone le quali avevano ben presente di salvaguardare per le generazioni future e di garantire nel tempo ogni aspetto facente parte del diritto costitutivo della persona.
Nel leggere la Costituzione emerge con chiarezza il patto costitutivo fra i cittadini e che aveva nello Stato quell'organo di servizio deputato a garantire che tale patto fosse mantenuto e rispettato. Proprio per questo i padri costituenti disegnano lo schema normativo sul quale doveva svilupparsi ogni tipo di politica e che tali politiche dovevano trovare la propria origine nel Patto che viene configurato proprio nel cosiddetto Stato Sociale.
Sono profondamente convinta che noi, oggi, non siamo chiamate e chiamati ad “inventarci” un nuovo paradigma di Stato Sociale, quanto piuttosto a rifondarlo su quei principi che costituiscono il fondamento del patto fra i cittadini che costituisce lo Stato, e che trova il suo punto di partenza proprio nella cultura del diritto della persona, poiché come persona collocata nella parte debole della società colgo nella Costituzione quei principi che mi comprendono e che danno senso per ogni persona al Patto Sociale costitutivo dello Stato, il quale si configura come patto fra cittadini e non fra uno Stato padrone ed i suoi sudditi.
Ora mi chiedo se ancora, in questo nostro Paese, c'è qualcuno che sente come prioritario il diritto della persona come elemento fondativo del patto costitutivo dello Stato Italiano.
Proprio per questo io pongo come prioritario il rifondare lo Stato Sociale poiché questo rappresenta il presupposto di ogni scelta ed azione politica, di ogni decisione governativa, di ogni trattativa e patto ulteriore fra gli Stati ed anche all'interno dell'Unione Europea.
Il superamento della crisi, quindi, si ha proprio a partire dal ricollocare nella chiarezza e nella piena condivisione quanto è determinato dal Patto Sociale che trova la sua esplicita traduzione nello Stato Sociale che rappresenta il reale e programmatico investimento per lo sviluppo e la crescita della società e dello Stato nel tempo.
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Il centro della questione?
Parlare di diritti significa andare a parlare di un qualcosa di talmente vasto che, per quanto estremamente concreto e determinante, rischia di diventare un discorso aleatorio e teorico, usato a bella posta come strumento retorico o demagogico che non vuole cogliere o prendere seriamente in considerazione il fatto che nel nostro paese c'è una crescente carenza nel riconoscimento del diritto soggettivo.
Forse la buona intenzione di prendere in visione ogni aspetto della carenza del riconoscimento del diritto soggettivo, porta a diventare dispersive sul piano dell'incisività della propria azione e pensiero. Forviante è il pensare che ci si trovi di fronte alla negazione di una certa quantità diritti che interessano ora questa tipologia di persone ora quell'altra. Tale pensiero è forviante soprattutto perché distoglie dall'attenzione che il diritto soggettivo non è un qualcosa che possa considerarsi come una sommatoria di permessi o riconoscimenti, ma è un unico e sostanziale diritto della persona. Il fatto che poi questo diritto venga declinato su tutta una serie di aspetti, questo non significa che ogni aspetto assume la dignità di diritto a se stante.
Il mio diritto di esserci legittimamente, implica l'essere riconosciuta, poter accedere adeguatamente ai servizi, poter esprimere liberamente il mio pensiero, poter interpretare liberamente il mio esserci nel contesto sociale nel quale vivo. Il mio diritto ad esserci viene negato anche se solo un aspetto limita la mia possibilità di esserci pienamente nel quadro sociale. Affermare “io ci sono” è l'affermazione sostanziale e di sintesi che rivendica e reclama il proprio diritto, proprio in relazione al fatto che una certa quantità di servizi, opportunità, situazioni sono precluse variamente alle persone proprio perché queste, nella situazione o modalità in cui ci sono, non viene riconosciuta, presa in considerazione, ritenuta importante. Nel momento che a me viene negato un solo aspetto del mio esserci socialmente, mi viene negato il mio diritto soggettivo di esserci e di potermi legittimamente autodeterminare.
Io sono mia, recitava un vecchio slogan, e questo riassumeva l'interezza delle rivendicazioni sociali e politiche di un intero movimento che – sebbene ora molto disconosciute – hanno portato a significativi cambiamenti sociali.
“Io sono mia” esprime un valore politico e sociale fondamentale, poiché sottolinea ed imprime una consapevolezza del proprio diritto ad esserci secondo la propria volontà, visione e determinazione.
Se oggi noi dobbiamo muovere il pensiero e l'azione in relazione al diritto, forse è il momento che riprendiamo a declinare in modo nuovo e incisivo questa affermazione “io sono mia/o”, avendo il coraggio (e non tanto la fantasia) di applicare questa affermazione su ogni piano sociale, culturale, politico ed economico.
Cosa può significare questo? Penso che in primo luogo se noi ci assumiamo il compito ed il coraggio di declinare l'affermazione “io sono mia/o” ci troveremo di fronte ad un profondo disagio in merito alla impostazione politica generale delle rivendicazioni, e questo perché per noi sarà difficile poter sostenere una lotta che indica come diritto ciò che noi riteniamo sia solo un aspetto, uno degli elementi che si declinano dalla consapevolezza del proprio diritto che si attua nella reale possibilità e legittimità di autodeterminazione. In secondo luogo, se ci poniamo su questa linea, non possiamo più permetterci di confondere quale sia il “soggetto/oggetto” del nostro pensiero ed azione. L'affermazione del diritto non è mai un qualcosa che riguarda solo qualcuno, ma riguarda ogni persona, ogni esistenza. L'affermazione del diritto implica che il margine di trattabilità, di mediazione, di personalizzazione si riduce drasticamente, poiché non può consentire in alcun modo la ricerca di un proprio vantaggio o di un proprio particolare. In terzo luogo questa logica ci pone in una posizione critica verso ogni programma politico, poiché potremmo solo ritenere congrui i programmi e le azioni che visualizzino la persona nella sua interezza e nella sua indivisibilità dalla società.
Questo procedere non ci impedisce di ricercare e cogliere dei punti di partenza della riflessione e dell'azione, ma piuttosto ci darà sempre la consapevolezza che si sceglie un aspetto attraverso il quale mettere in luce la negazione complessiva del diritto che si viene a sostenere e reclamare. Se sociologicamente partiamo dal corpo e se politicamente focalizziamo il lavoro, non è perché in questi aspetti vediamo “diritti” negati, ma piuttosto perché partiamo da questi elementi per rappresentare aspetti in cui il diritto all'autodeterminazione venga negato, venga occultato, venga ridotto progressivamente.
Forse la buona intenzione di prendere in visione ogni aspetto della carenza del riconoscimento del diritto soggettivo, porta a diventare dispersive sul piano dell'incisività della propria azione e pensiero. Forviante è il pensare che ci si trovi di fronte alla negazione di una certa quantità diritti che interessano ora questa tipologia di persone ora quell'altra. Tale pensiero è forviante soprattutto perché distoglie dall'attenzione che il diritto soggettivo non è un qualcosa che possa considerarsi come una sommatoria di permessi o riconoscimenti, ma è un unico e sostanziale diritto della persona. Il fatto che poi questo diritto venga declinato su tutta una serie di aspetti, questo non significa che ogni aspetto assume la dignità di diritto a se stante.
Il mio diritto di esserci legittimamente, implica l'essere riconosciuta, poter accedere adeguatamente ai servizi, poter esprimere liberamente il mio pensiero, poter interpretare liberamente il mio esserci nel contesto sociale nel quale vivo. Il mio diritto ad esserci viene negato anche se solo un aspetto limita la mia possibilità di esserci pienamente nel quadro sociale. Affermare “io ci sono” è l'affermazione sostanziale e di sintesi che rivendica e reclama il proprio diritto, proprio in relazione al fatto che una certa quantità di servizi, opportunità, situazioni sono precluse variamente alle persone proprio perché queste, nella situazione o modalità in cui ci sono, non viene riconosciuta, presa in considerazione, ritenuta importante. Nel momento che a me viene negato un solo aspetto del mio esserci socialmente, mi viene negato il mio diritto soggettivo di esserci e di potermi legittimamente autodeterminare.
Io sono mia, recitava un vecchio slogan, e questo riassumeva l'interezza delle rivendicazioni sociali e politiche di un intero movimento che – sebbene ora molto disconosciute – hanno portato a significativi cambiamenti sociali.
“Io sono mia” esprime un valore politico e sociale fondamentale, poiché sottolinea ed imprime una consapevolezza del proprio diritto ad esserci secondo la propria volontà, visione e determinazione.
Se oggi noi dobbiamo muovere il pensiero e l'azione in relazione al diritto, forse è il momento che riprendiamo a declinare in modo nuovo e incisivo questa affermazione “io sono mia/o”, avendo il coraggio (e non tanto la fantasia) di applicare questa affermazione su ogni piano sociale, culturale, politico ed economico.
Cosa può significare questo? Penso che in primo luogo se noi ci assumiamo il compito ed il coraggio di declinare l'affermazione “io sono mia/o” ci troveremo di fronte ad un profondo disagio in merito alla impostazione politica generale delle rivendicazioni, e questo perché per noi sarà difficile poter sostenere una lotta che indica come diritto ciò che noi riteniamo sia solo un aspetto, uno degli elementi che si declinano dalla consapevolezza del proprio diritto che si attua nella reale possibilità e legittimità di autodeterminazione. In secondo luogo, se ci poniamo su questa linea, non possiamo più permetterci di confondere quale sia il “soggetto/oggetto” del nostro pensiero ed azione. L'affermazione del diritto non è mai un qualcosa che riguarda solo qualcuno, ma riguarda ogni persona, ogni esistenza. L'affermazione del diritto implica che il margine di trattabilità, di mediazione, di personalizzazione si riduce drasticamente, poiché non può consentire in alcun modo la ricerca di un proprio vantaggio o di un proprio particolare. In terzo luogo questa logica ci pone in una posizione critica verso ogni programma politico, poiché potremmo solo ritenere congrui i programmi e le azioni che visualizzino la persona nella sua interezza e nella sua indivisibilità dalla società.
Questo procedere non ci impedisce di ricercare e cogliere dei punti di partenza della riflessione e dell'azione, ma piuttosto ci darà sempre la consapevolezza che si sceglie un aspetto attraverso il quale mettere in luce la negazione complessiva del diritto che si viene a sostenere e reclamare. Se sociologicamente partiamo dal corpo e se politicamente focalizziamo il lavoro, non è perché in questi aspetti vediamo “diritti” negati, ma piuttosto perché partiamo da questi elementi per rappresentare aspetti in cui il diritto all'autodeterminazione venga negato, venga occultato, venga ridotto progressivamente.
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sabato 24 settembre 2011
Si parla di outing?
Non mi va di entrare nella polemica attuale riguardo all'outing recente di 10 personaggi pubblici che fanno parte del nostro parlamento. A me, personalmente, se siano o meno omosessuali poco importa. Tutto questo argomento mi pone nella condizione di fare alcune considerazioni a partire da una visione personale di persona transessuale e che ha sviluppato anche una propria comprensione della situazione delle persone transgender.
Cosa è il coming-out e cosa è l'outing per una persona transessuale e transgender? Sono due eventi contemporanei nella esistenza di una persona T, infatti pur se la persona a livello del proprio ambito dichiara il proprio essere persona trans, nell'ambito sociale, invece, subisce quotidianamente lo "sputtanamento" della propria realtà personale.
Sorrido per non piangere quando leggo certe cose, le motivazioni contrarie come quelle a favore di questo atto compiuto da "anonimi", il cui unico fine mi sembra essere semplicemente lo sputtanamento di questi soggetti sbattuti in internet.
Sorrido perché è questione propria di chi si può nascondere, non di chi non può nascondersi. E si, l'identità di genere non lascia margini che, invece, lascia l'orientamento sessuale. Una persona che si trova a vivere nell'ambito di una incongruenza fra la propria interpretazione di sé ed la marcatura di genere che la sua biologia gli ha attribuito, la questione diventa un problema che esce dai limiti e dagli ambiti del coming-out o dell'outing, perché diventa una questione esistenziale che caratterizza la propria esistenza determinandone la qualità della sua esistenza. Per chi non ha cibo, la disquisizione se la pasta è più buona se ben cotta o se al dente, è argomentazione assolutamente astratta, puro esercizio accademico quando non meramente demagogico.
A me, come persona transessuale, tutta questa questione risulta assolutamente insulsa e indicizzante di una scelta (non so quanto consapevole) politica del movimento gestisto da Lesbiche e Gay che si guarda bene di valutare effettivamente cosa significa e cosa implica parlare di queste cose. La questione della persona, della legittimità del suo esserci come coincidente o conguente alla propria interpretazione di sé, sembra non essere assolutamente presa in considerazione in modo serio da parte di chi, oggi, si arroga di rappresentare e interpretare le necessità dell'inisieme delle persone LGBTIQ.
Una volta di più devo segnare quanto io mi trovi sempre più distante da chi si sta facendo interprete del movimento.
La questione della lotta delle persone omosessuali è sicuramente importante, ma è chiaro che è una parzialità che diventa negativa come proposizione politica? E' chiaro che il pretendere che tutto passi nel riconoscimento delle necessità omosessuali significa squalificare e ridicolizzare l'insieme delle battaglie per il diritto della persona?
Se oggi io prendo in visione la battaglia che portano avanti le famiglie arcobaleno, io ritengo tali battaglie assolutamente fondative, poiché è in gioco la realtà dei figli e delle figlie, le quali subiscono le conseguenze delle discriminazioni che hanno come oggetto i loro genitori. Ma le altre battaglie? Dove il diritto della persona viene posto in primo piano?
Me lo chiedo e non trovo risposta.
Cosa è il coming-out e cosa è l'outing per una persona transessuale e transgender? Sono due eventi contemporanei nella esistenza di una persona T, infatti pur se la persona a livello del proprio ambito dichiara il proprio essere persona trans, nell'ambito sociale, invece, subisce quotidianamente lo "sputtanamento" della propria realtà personale.
Sorrido per non piangere quando leggo certe cose, le motivazioni contrarie come quelle a favore di questo atto compiuto da "anonimi", il cui unico fine mi sembra essere semplicemente lo sputtanamento di questi soggetti sbattuti in internet.
Sorrido perché è questione propria di chi si può nascondere, non di chi non può nascondersi. E si, l'identità di genere non lascia margini che, invece, lascia l'orientamento sessuale. Una persona che si trova a vivere nell'ambito di una incongruenza fra la propria interpretazione di sé ed la marcatura di genere che la sua biologia gli ha attribuito, la questione diventa un problema che esce dai limiti e dagli ambiti del coming-out o dell'outing, perché diventa una questione esistenziale che caratterizza la propria esistenza determinandone la qualità della sua esistenza. Per chi non ha cibo, la disquisizione se la pasta è più buona se ben cotta o se al dente, è argomentazione assolutamente astratta, puro esercizio accademico quando non meramente demagogico.
A me, come persona transessuale, tutta questa questione risulta assolutamente insulsa e indicizzante di una scelta (non so quanto consapevole) politica del movimento gestisto da Lesbiche e Gay che si guarda bene di valutare effettivamente cosa significa e cosa implica parlare di queste cose. La questione della persona, della legittimità del suo esserci come coincidente o conguente alla propria interpretazione di sé, sembra non essere assolutamente presa in considerazione in modo serio da parte di chi, oggi, si arroga di rappresentare e interpretare le necessità dell'inisieme delle persone LGBTIQ.
Una volta di più devo segnare quanto io mi trovi sempre più distante da chi si sta facendo interprete del movimento.
La questione della lotta delle persone omosessuali è sicuramente importante, ma è chiaro che è una parzialità che diventa negativa come proposizione politica? E' chiaro che il pretendere che tutto passi nel riconoscimento delle necessità omosessuali significa squalificare e ridicolizzare l'insieme delle battaglie per il diritto della persona?
Se oggi io prendo in visione la battaglia che portano avanti le famiglie arcobaleno, io ritengo tali battaglie assolutamente fondative, poiché è in gioco la realtà dei figli e delle figlie, le quali subiscono le conseguenze delle discriminazioni che hanno come oggetto i loro genitori. Ma le altre battaglie? Dove il diritto della persona viene posto in primo piano?
Me lo chiedo e non trovo risposta.
sabato 20 agosto 2011
Pensieri a ruota "libera"
Riflessioni a ruota libera?
Ho un crescente disagio ogni volta che mi trovo ad usare la parola “libera” in tutte le sue coniugazioni. Riflessioni “libere”? No, è un eufemismo che non regge di fronte alla realtà. In Italia, mi pare, che non ci sia più nulla di libero, tanto meno la possibilità di avere un “libero” pensiero. Non posso avere un libero pensiero quando, nei fatti, ho migliaia di questioni aperte di fronte alle quali mi trovo posta fra la demagogia ipocrita degli uni, e la demagogia di sopravvivenza degli altri. Demagogia sia da parte di chi consapevolmente deprime e circoscrivere in ambiti sempre più stretti i diritti civili, demagogia da parte di chi questi diritti civili vorrebbe reclamarli.
Dove posso vedere libertà o espressione di libero pensiero, come io stessa posso esprimere un libero pensiero, quando sembra che nessuno si renda veramente conto di cosa sta accadendo nel nostro paese? Chi è pervasa dal timore e dalla preoccupazione smette di essere libera, prima ancora di perdere la lucidità. Io sono pervasa dal timore e dalla preoccupazione perché vedo che non vi sono più cittadini e cittadine, ma solo un popolo di indistinti arrabbiati nei confronti dei loro sovrani perché ora non gli garantiscono più la solita “paga” a fronte della loro sudditanza ed ubbidienza.
Vedo che menti fervide si rinchiudono nel particolare, incapaci di aprirsi ad un più vasto, incapaci di osare. Ma se non osano le menti fervide, chi deve osare? Di fronte al crollo di un sistema dove almeno poteva essere logico scrivere una petizione per fare dimettere un insulso individuo, dove una interpellanza parlamentare avrebbe messo alla berlina personaggi che si sono permessi di giustificare gli eventi di Oslo … e si continua su questa strada come se nessuno registrasse che ogni nostra petizione non porta neanche ad un “minuto di vergogna”, che una interpellanza parlamentare non produce altro che semplici declamazioni eclatanti e risonanti ma nulla di effettivo segue.
Ma ci rendiamo conto che è giunto il momento di fare veramente un passo avanti? Oppure ostinatamente continuiamo a coltivare il nostro orticello, pensando che “non stia succedendo niente”? Questa volta non arresteranno qualche studente né quale operaio, questa volta sarà lo spazio delle rivolte del nulla e del vuoto, le rivolte di chi non potrà più permettersi un certo tenore di vita, ma che non si interrogherà neanche per un attimo di cosa in effetti sta succedendo.
Ma io, che lo scrivo a fare?
Ho un crescente disagio ogni volta che mi trovo ad usare la parola “libera” in tutte le sue coniugazioni. Riflessioni “libere”? No, è un eufemismo che non regge di fronte alla realtà. In Italia, mi pare, che non ci sia più nulla di libero, tanto meno la possibilità di avere un “libero” pensiero. Non posso avere un libero pensiero quando, nei fatti, ho migliaia di questioni aperte di fronte alle quali mi trovo posta fra la demagogia ipocrita degli uni, e la demagogia di sopravvivenza degli altri. Demagogia sia da parte di chi consapevolmente deprime e circoscrivere in ambiti sempre più stretti i diritti civili, demagogia da parte di chi questi diritti civili vorrebbe reclamarli.
Dove posso vedere libertà o espressione di libero pensiero, come io stessa posso esprimere un libero pensiero, quando sembra che nessuno si renda veramente conto di cosa sta accadendo nel nostro paese? Chi è pervasa dal timore e dalla preoccupazione smette di essere libera, prima ancora di perdere la lucidità. Io sono pervasa dal timore e dalla preoccupazione perché vedo che non vi sono più cittadini e cittadine, ma solo un popolo di indistinti arrabbiati nei confronti dei loro sovrani perché ora non gli garantiscono più la solita “paga” a fronte della loro sudditanza ed ubbidienza.
Vedo che menti fervide si rinchiudono nel particolare, incapaci di aprirsi ad un più vasto, incapaci di osare. Ma se non osano le menti fervide, chi deve osare? Di fronte al crollo di un sistema dove almeno poteva essere logico scrivere una petizione per fare dimettere un insulso individuo, dove una interpellanza parlamentare avrebbe messo alla berlina personaggi che si sono permessi di giustificare gli eventi di Oslo … e si continua su questa strada come se nessuno registrasse che ogni nostra petizione non porta neanche ad un “minuto di vergogna”, che una interpellanza parlamentare non produce altro che semplici declamazioni eclatanti e risonanti ma nulla di effettivo segue.
Ma ci rendiamo conto che è giunto il momento di fare veramente un passo avanti? Oppure ostinatamente continuiamo a coltivare il nostro orticello, pensando che “non stia succedendo niente”? Questa volta non arresteranno qualche studente né quale operaio, questa volta sarà lo spazio delle rivolte del nulla e del vuoto, le rivolte di chi non potrà più permettersi un certo tenore di vita, ma che non si interrogherà neanche per un attimo di cosa in effetti sta succedendo.
Ma io, che lo scrivo a fare?
giovedì 4 agosto 2011
Punto di partenza
In ogni cosa ci deve essere un "punto" di partenza, un idea, un qualcosa che sollecita a pensare ed investigare. Forse oggi c'è poco pensiero proprio perché le sollecitazioni e gli stimoli che ci provengono dall'esterno sono raccolti solo in modalità di consumo, di utilizzo dell'informazione senza quella necessaria "fatica" di dover approfondire, riflettere, studiare ed impiegarci quel minimo di energia necessaria perché quella sollecitazione possa rappresentare un punto di partenza opportuno.
C'è una indubbia sollecitazione che mi ha colta e che mi ha spinto ad una più profonda riflessione, e questa mi proviene sicuramente dal "Piccolo Manifesto Pangender" di Mirella Izzo, il quale mi ha sostanzialmente spinta a prendere in considerazione una prospettiva diversa, più ampia della storia nella quale vivo e nella quale cerco di apportare - con le mie capacità e forze - un contributo di pensiero, di progetto e di sviluppo.
Ogni idea evoca, richiama, suscita emozioni e riflessioni, scatena all'interno della persona che la recepisce una scintilla che può provocare una reazione a catena di riflessioni, di necessità di chiarificazioni. Questo ha sostanzialmente suscitato in me l'idea Pangender, per quanto tutto questo movimento di pensieri e di riflessioni poco veniva a legarsi con il richiamo primario che lo stesso termine Pangender sotto intende.
Forse l'idea Pangender mi coglie nello sforzo di trovare una uscita da una modalità definita, costretta nei limiti e negli spazi determinati dalla comprensione del “genere” come identificativo di una o mille identità, di una dimensione che supera la costrizione di ragionare a partire dalla parcellizzazione che socialmente si viene a subire nel momento in cui si è “diverse” in quanto transgender (transessuali). L'idea Pangender – nella mia mente – diventa la dichiarazione di un “principio” di un nuovo punto di partenza nell'analisi e nell'azione, il quale si trova ad abbracciare tutto il campo umano.
Da subito l'idea Pangender viene ad interrogarmi sul piano complessivo della vita sociale ed individuale delle persone, diventa subito la questione di fondo da cui può partire un nuovo presupposto di impostazione del pensiero e dell'attività di progettazione. Questa visione che mi si apriva di fronte all'idea Pangender, inizia a trovare delle conferme, dei contributi delle espressioni analitiche chiare nel dialogo con Luisa Stasi e con Emanuela Abbatecola, questioni che mi fanno sentire asfittica una stretta correlazione fra l'idea Pangender e l'attività specifica nel quadro dell'associazionismo trans o più ampio LGBTIQ.
Nel corso del tempo maturo l'idea che Pangender possa essere un principio innovativo nella visione economica, ovvero come strumento interpretativo dello sviluppo economico sulla base della correlazione fra tutte quelle macro aree che compongono il piano economico (Culturale, Sociale, Economico e Politico), e su questo inizio a concentrare la mia riflessione, sollecitata da più parti a dare uno sguardo complessivo alla realtà, uscire dallo schema ristretto di un posizionamento di genere o sessuale, comprendere che la dimensione di genere è primariamente una questione di come ci si rapporta al contesto sociale, culturale, politico e finanziario (il mercato nel suo complesso).
È l'interrogativo se tale idea può essere strutturale, se può divenire l'elemento di una nuova impostazione di ogni attività per l'affermazione dei diritti della persona, proprio a partire da come la persona stessa vuole esserci contestualmente alla propria esistenza, a prescindere da ogni pretesa di determinazione da parte di altri per le più diverse motivazioni culturali, sociali, politiche e finanziarie.
Non è tanto la questione dell'essere, ma piuttosto - l'idea Pangender per come io la percepisco – è il porre l'accento nel diritto di esserci a partire da come ogni singolo soggetto si interpreta e si comprende. È l'affermazione più ampia del diritto all'autodeterminazione che si presenta come lo sforzo, prima di tutto culturale, di uscire da una categorizzazione. Di fronte ad una impostazione in cui “pangender” assume il carattere di una identificazione di status delle persone, mi pare di cogliere la possibilità culturale – in prima istanza – di un diverso approccio che necessariamente deve partire da una riflessione sul significato stesso del termine.
Forse in tutto questo effettivamente mi sono allontanata dall'idea stessa del “piccolo manifesto pangender” di Mirella Izzo, ma questo è per me stato un incpit, un punto di partenza, una apertura ad un qualcosa di non investigato e tutto da scoprire.
Forse proprio per questo è giusto che la mia esperienza in Crisalide Pangender sia finita, ma perché evidentemente io ho preso una strada diversa, un percorso in cui il “pan” viene letto come “Tutti” e non come “tutto”, ed il “gender” viene letto come elemento sostanziale interpretativo del sé della persona nel suo pieno diritto di esprimersi e di esserci liberamente.
L'idea Pangender così come mi è stata evocata mi porta ad una visione che prende in considerazione il piano economico nel quale ogni società si viene a strutturare, con le sue molteplici modalità di espressione soggettiva, come presupposto fondativo del diritto soggettivo prima ancora di ogni preteso diritto collettivo. Un idea che chiede una riflessione sul piano sociale, culturale, politico e di mercato, poiché è mia solida convinzione che vi può essere una economia pangender, una economia nella quale il soggetto ed il suo pieno diritti di esserci sia collocato nella legittimità non discutibile.
Non è l'assoggettamento di una argomentazione ad un concetto finanziario, così da determinare o ritenere che ogni cosa sia o debba essere determinata dal mercato, al contrario, è piuttosto ritenere che ogni tipo di proposta, di azione e di visione debba essere sostenibile economicamente, ovvero comprenda ed interagisca su tutte le regole che costituiscono le relazioni sociali, sia quelle determinate dal diritto, sia quelle che si impongono per consuetudine. Il senso che evoca in me l'idea Pangender, appunto in una interpretazione di questo in senso più esteso o – se si vuole – più sistemico, è appunto quello in cui la persona, il soggetto, l'individuo sia posto come principio e fine di ogni attività che si svolge all'interno delle norme che regolano le relazioni sociali (ovvero l'economia). Infatti è mia convinzione che tante e troppe storture sociali di cui le persone più deboli sono oggetto, hanno la loro origine nel porre come principio e fine altro che non sia il soggetto, l'individuo, la persona. Nel mercato, come in politica, come nelle scelte sociali e così nella cultura quale posto ha effettivamente il “soggetto”, l'”individuo”, la “persona”? Si parla di un generico “umano”, categoria che non necessariamente comprende tutti, anzi sempre più e sempre in modo più evidente proprio attraverso questa generica categorizzazione il diritto soggettivo viene sacrificato in nome di altro, e spesso questo altro è una generica concezione di “umano” di “umanità” che nulla a che vedere con la realtà di ogni singola persona, che è tendente ad idealizzare un modello e produrlo come standard di riferimento al quale tutto deve - in un qualche modo ed entro i limiti definiti di un rapporto di tolleranza – rientrare.
Proprio per questo il principio, il punto di partenza di questa riflessione trova il suo ambito proprio a partire da persone transgender, poiché parte da chi vive quotidianamente la condizione di chi non rientra in alcun modo nei limiti definiti dal rapporto di tolleranza. Ma questo punto di partenza è, appunto, la partenza di una riflessione e di una analisi che focalizza ed esprime la condizione in cui ogni persona socialmente si viene a trovare, ovvero persona che a prescindere da sé e dalla propria interpretazione di esserci socialmente, a prescindere dal fatto che sia più o meno nello standard o nei limiti di tolleranza che questo standard impone, si trova sostanzialmente negata nella possibilità piena di viversi ed esserci socialmente per come lei si sente di essere e di interpretarsi.
Se è stato ormai compreso ed assodato che l'omologazione è un qualcosa di economicamente non valido, perché nell'ambito delle persone – invece – si cerca costantemente questa omologazione culturale, sociale, politica e finanziaria?
L'evidenza di questa situazione mi è stata data sostanzialmente da una riflessione di Luisa Stasi in relazione al corpo, al linguaggio che esprime e di come è usato per esprimere – in modalità diverse – un disagio che non trova composizione. Anoressia, Bulimia e Vigoressia cosa esprimono se non questo disagio che reclama il proprio corpo come luogo nel quale ancora rimane un margine di “autonoma decisione”? E cosa significa tutto questo? Significa che la questione deve passare da un rapporto di mera intuizione ad un qualcosa di più composto, di pensato, di ragionato, di discusso; deve passare ad essere principio, punto di partenza di una modalità nuova.
C'è una indubbia sollecitazione che mi ha colta e che mi ha spinto ad una più profonda riflessione, e questa mi proviene sicuramente dal "Piccolo Manifesto Pangender" di Mirella Izzo, il quale mi ha sostanzialmente spinta a prendere in considerazione una prospettiva diversa, più ampia della storia nella quale vivo e nella quale cerco di apportare - con le mie capacità e forze - un contributo di pensiero, di progetto e di sviluppo.
Ogni idea evoca, richiama, suscita emozioni e riflessioni, scatena all'interno della persona che la recepisce una scintilla che può provocare una reazione a catena di riflessioni, di necessità di chiarificazioni. Questo ha sostanzialmente suscitato in me l'idea Pangender, per quanto tutto questo movimento di pensieri e di riflessioni poco veniva a legarsi con il richiamo primario che lo stesso termine Pangender sotto intende.
Forse l'idea Pangender mi coglie nello sforzo di trovare una uscita da una modalità definita, costretta nei limiti e negli spazi determinati dalla comprensione del “genere” come identificativo di una o mille identità, di una dimensione che supera la costrizione di ragionare a partire dalla parcellizzazione che socialmente si viene a subire nel momento in cui si è “diverse” in quanto transgender (transessuali). L'idea Pangender – nella mia mente – diventa la dichiarazione di un “principio” di un nuovo punto di partenza nell'analisi e nell'azione, il quale si trova ad abbracciare tutto il campo umano.
Da subito l'idea Pangender viene ad interrogarmi sul piano complessivo della vita sociale ed individuale delle persone, diventa subito la questione di fondo da cui può partire un nuovo presupposto di impostazione del pensiero e dell'attività di progettazione. Questa visione che mi si apriva di fronte all'idea Pangender, inizia a trovare delle conferme, dei contributi delle espressioni analitiche chiare nel dialogo con Luisa Stasi e con Emanuela Abbatecola, questioni che mi fanno sentire asfittica una stretta correlazione fra l'idea Pangender e l'attività specifica nel quadro dell'associazionismo trans o più ampio LGBTIQ.
Nel corso del tempo maturo l'idea che Pangender possa essere un principio innovativo nella visione economica, ovvero come strumento interpretativo dello sviluppo economico sulla base della correlazione fra tutte quelle macro aree che compongono il piano economico (Culturale, Sociale, Economico e Politico), e su questo inizio a concentrare la mia riflessione, sollecitata da più parti a dare uno sguardo complessivo alla realtà, uscire dallo schema ristretto di un posizionamento di genere o sessuale, comprendere che la dimensione di genere è primariamente una questione di come ci si rapporta al contesto sociale, culturale, politico e finanziario (il mercato nel suo complesso).
È l'interrogativo se tale idea può essere strutturale, se può divenire l'elemento di una nuova impostazione di ogni attività per l'affermazione dei diritti della persona, proprio a partire da come la persona stessa vuole esserci contestualmente alla propria esistenza, a prescindere da ogni pretesa di determinazione da parte di altri per le più diverse motivazioni culturali, sociali, politiche e finanziarie.
Non è tanto la questione dell'essere, ma piuttosto - l'idea Pangender per come io la percepisco – è il porre l'accento nel diritto di esserci a partire da come ogni singolo soggetto si interpreta e si comprende. È l'affermazione più ampia del diritto all'autodeterminazione che si presenta come lo sforzo, prima di tutto culturale, di uscire da una categorizzazione. Di fronte ad una impostazione in cui “pangender” assume il carattere di una identificazione di status delle persone, mi pare di cogliere la possibilità culturale – in prima istanza – di un diverso approccio che necessariamente deve partire da una riflessione sul significato stesso del termine.
Forse in tutto questo effettivamente mi sono allontanata dall'idea stessa del “piccolo manifesto pangender” di Mirella Izzo, ma questo è per me stato un incpit, un punto di partenza, una apertura ad un qualcosa di non investigato e tutto da scoprire.
Forse proprio per questo è giusto che la mia esperienza in Crisalide Pangender sia finita, ma perché evidentemente io ho preso una strada diversa, un percorso in cui il “pan” viene letto come “Tutti” e non come “tutto”, ed il “gender” viene letto come elemento sostanziale interpretativo del sé della persona nel suo pieno diritto di esprimersi e di esserci liberamente.
L'idea Pangender così come mi è stata evocata mi porta ad una visione che prende in considerazione il piano economico nel quale ogni società si viene a strutturare, con le sue molteplici modalità di espressione soggettiva, come presupposto fondativo del diritto soggettivo prima ancora di ogni preteso diritto collettivo. Un idea che chiede una riflessione sul piano sociale, culturale, politico e di mercato, poiché è mia solida convinzione che vi può essere una economia pangender, una economia nella quale il soggetto ed il suo pieno diritti di esserci sia collocato nella legittimità non discutibile.
Non è l'assoggettamento di una argomentazione ad un concetto finanziario, così da determinare o ritenere che ogni cosa sia o debba essere determinata dal mercato, al contrario, è piuttosto ritenere che ogni tipo di proposta, di azione e di visione debba essere sostenibile economicamente, ovvero comprenda ed interagisca su tutte le regole che costituiscono le relazioni sociali, sia quelle determinate dal diritto, sia quelle che si impongono per consuetudine. Il senso che evoca in me l'idea Pangender, appunto in una interpretazione di questo in senso più esteso o – se si vuole – più sistemico, è appunto quello in cui la persona, il soggetto, l'individuo sia posto come principio e fine di ogni attività che si svolge all'interno delle norme che regolano le relazioni sociali (ovvero l'economia). Infatti è mia convinzione che tante e troppe storture sociali di cui le persone più deboli sono oggetto, hanno la loro origine nel porre come principio e fine altro che non sia il soggetto, l'individuo, la persona. Nel mercato, come in politica, come nelle scelte sociali e così nella cultura quale posto ha effettivamente il “soggetto”, l'”individuo”, la “persona”? Si parla di un generico “umano”, categoria che non necessariamente comprende tutti, anzi sempre più e sempre in modo più evidente proprio attraverso questa generica categorizzazione il diritto soggettivo viene sacrificato in nome di altro, e spesso questo altro è una generica concezione di “umano” di “umanità” che nulla a che vedere con la realtà di ogni singola persona, che è tendente ad idealizzare un modello e produrlo come standard di riferimento al quale tutto deve - in un qualche modo ed entro i limiti definiti di un rapporto di tolleranza – rientrare.
Proprio per questo il principio, il punto di partenza di questa riflessione trova il suo ambito proprio a partire da persone transgender, poiché parte da chi vive quotidianamente la condizione di chi non rientra in alcun modo nei limiti definiti dal rapporto di tolleranza. Ma questo punto di partenza è, appunto, la partenza di una riflessione e di una analisi che focalizza ed esprime la condizione in cui ogni persona socialmente si viene a trovare, ovvero persona che a prescindere da sé e dalla propria interpretazione di esserci socialmente, a prescindere dal fatto che sia più o meno nello standard o nei limiti di tolleranza che questo standard impone, si trova sostanzialmente negata nella possibilità piena di viversi ed esserci socialmente per come lei si sente di essere e di interpretarsi.
Se è stato ormai compreso ed assodato che l'omologazione è un qualcosa di economicamente non valido, perché nell'ambito delle persone – invece – si cerca costantemente questa omologazione culturale, sociale, politica e finanziaria?
L'evidenza di questa situazione mi è stata data sostanzialmente da una riflessione di Luisa Stasi in relazione al corpo, al linguaggio che esprime e di come è usato per esprimere – in modalità diverse – un disagio che non trova composizione. Anoressia, Bulimia e Vigoressia cosa esprimono se non questo disagio che reclama il proprio corpo come luogo nel quale ancora rimane un margine di “autonoma decisione”? E cosa significa tutto questo? Significa che la questione deve passare da un rapporto di mera intuizione ad un qualcosa di più composto, di pensato, di ragionato, di discusso; deve passare ad essere principio, punto di partenza di una modalità nuova.
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